Nel ricercare “microvicende” dell’ebraismo italiano dentro gli anfratti del Novecento, mi sono imbattuto nella vita di Uberto Limentani e nel naufragio dell’ “Arandora Star”. Due storie apparentemente diverse e distanti fra loro, ma in realtà legate da una comunanza di destini del tutto particolare. Cominciamo da lui, da Uberto Limentani che nasce a Milano il 15 dicembre 1913, in una famiglia della borghesia ebraica milanese. Segue gli studi superiori e si laurea prima in Giurisprudenza e poi, per pura passione, in Lettere. Nel 1938, quando in Italia il fascismo sottopone alla firma del re Vittorio Emanuele III le cosiddette “leggi razziali” che il monarca sottoscrive senza batter ciglio, Uberto sta per compiere venticinque anni e, davanti alla prospettiva della discriminazione e della persecuzione ed anche a causa dei suoi sentimenti profondamente antifascisti, decide di trasferirsi in Gran Bretagna.
Giunto sul suolo inglese e possedendo dimestichezza linguistica, ben presto diventa collaboratore della B.B.C., per i programmi culturali e di approfondimento sullo “Stivale”. Ciò peraltro non gli evita, con l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno del 1940, la perdita del lavoro e l’incubo dell’internamento. Gli inglesi ritengono che i cittadini di Paesi in conflitto con loro, possano rivelarsi potenziali spie e quindi decidono di internarli. Al governo di Sua Maestà non importa affatto che si tratti di antifascisti, antinazisti, profughi politici, oppositori di Hitler e Mussolini, ebrei o altri perseguitati dalle dittature. Certo, alcuni hanno famiglia, risiedono nel Regno Unito da anni ed i loro figli combattono già sotto i colori dell’Union Jack, ma non serve a nulla. Vengono privati dei loro diritti civili e politici, compresi quelli riconosciuti dalla “Convenzione di Ginevra” per i prigionieri di guerra; le loro proprietà sono confiscate e, se le eventuali famiglie possono rimanere sul suolo britannico seppur sottoposte a controllo di Polizia, per gli stranieri non si fa eccezione alcuna. Limentani, all’epoca ventisettenne, è ancora cittadino di un Paese in guerra con l’impero. Non ha legami di sorta in Gran Bretagna e diventa ben presto obiettivo dei provvedimenti restrittivi, cioè paradossalmente prigioniero della sua ricerca di libertà.
Quella degli internati italiani e tedeschi ad opera degli inglesi è una pagina ancora poco nota ai più. Si tratta di vicende drammatiche e spesso cariche di dolore e amarezze, che andrebbero forse maggiormente indagate e riportate sulla superficie leggibile della storia.
Il 1 luglio 1940, venti giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, dal porto di Liverpool leva le ancore una nave da crociera della compagnia “Blue Star Line” che batte bandiera inglese e si chiama “Arandora Star”. E’ una bella nave di lusso, lunga 163 metri, dotata di 354 posti in prima classe e può viaggiare ad una velocità pari a 16 nodi marini, corrispondenti a circa 30 chilometri orari. Requisita per esigenze belliche, viene adibita alla deportazione di civili internati.
Quel giorno, la nave, al comando del capitano di vascello Edgar Wallace Moulton, esce dal grande porto inglese e dirige la prua verso il Canada, dove i suoi “passeggeri” verranno sottoposti a rigide misure di controllo. Fra loro si trova Uberto Limentani, ma anche altri italiani come Luigi Gonzaga, un ragazzo di Bedonia in provincia di Parma; Silvestro D’Ambrosio che viene da Frosinone, vive in Inghilterra dal 1898 ed ha due figli che combattono nell’esercito di re Giorgio VI; Giovanni Sovrani, direttore del prestigioso “Normande Hotel” di Londra e il collega Cesare Vairo che dirige l’altrettanto celebre “Piccadilly Hotel” e poi Decio Anzani di Forlì, antifascista legato agli ambienti laburisti e segretario della sezione londinese della “Lega italòian dei Diritti dell’Uomo” di ispirazione mazziniana e nata a Roma nel 1919 su idea del sindaco Ernesto Nathan.
A bordo, sale anche il comandante tedesco Otto Burfeind, prigioniero di guerra e con lui parecchi suoi commilitoni.
Senza alcuna scorta navale, la “Arandora Star” non possiede nessun segno distintivo, né il simbolo della Croce Rossa, né altro che la possa far distinguere come nave-passeggeri. Anzi. Dopo la requisizione è stata dipinta con quel colore grigio, tipico delle navi da guerra. Molto sembra quindi affidato solo alla “buona sorte” ed al caso. A bordo ci sono circa 1.500 persone fra internati, dei quali 86 sono prigionieri di guerra e tutti gli altri civili di età ricompresa fra i 16 ed i 75 anni, sorveglianti ed equipaggio. La navigazione appare tranquilla, il mare calmo e il cielo sereno. La rotta segna una linea che, il giorno seguente alla partenza, porta la nave al largo della costa nord-occidentale dell’Irlanda.
Ad un tratto, sulla superficie del mare emerge l’esile profilo di un periscopio. E’ quello dell’U-Boot 47, sottomarino tedesco al comando del tenente di vascello Günther Prien. Non si tratta di un ufficiale qualsiasi, bensì di uno dei migliori comandanti sommergibilisti della Kriegsmarine di “Herr Hitler” ed uno degli uomini di punta dell’ammiraglio Karl Dönitz. Nella sua breve carriera, Prien vanta già l’affondamento di oltre trenta navi anglo-francesi, per un totale di oltre 20.000 tonnellate di naviglio distrutto. Ma non basta. Günther Prien è anche l’unico comandante sommergibilista che è riuscito a violare la base militare di Scapa Flow, nelle isole Orcadi a nord della Scozia, dove è alla fonda la “Home Fleet”, ovvero la più grande flotta da battaglia della Royal Navy. Con un’azione di estrema audacia, riesce ad affondare la corazzata “Royal Oak” e l’incrociatore da battaglia “Repulse” e ad uscire da Scapa Flow indenne. Si tratta insomma di un vero “lupo di mare” e di un pericolo mortale per qualunque nave si trovi ad essere inquadrata dal sul periscopio. Per l’“Arandora Star” il destino appare quindi segnato. Il suo colore grigio trae in inganno il comandante tedesco che reputa di trovarsi davanti una nave mercantile armata, com’è nella tradizione di guerra della Marina inglese. Prien sa fare molto bene il suo mestiere. Posiziona il sommergibile in modo tale che un unico siluro dovrebbe essere sufficiente a colpire il bersaglio, affondandolo. “Fuori uno!” e il siluro centra i sistemi di manovra e i motori della nave, che imbarca acqua da una grossa falla aperta nello scafo. Sono sufficienti solo trentacinque minuti perché i flutti inghiottano, per sempre, l’“Arandora Star”. A bordo regna il panico. Le scialuppe di salvataggio sono solamente quattordici, troppo poche per tutti i naufraghi e, per di più, solo dieci riescono ad essere ammarate in tempo, cioè prima dell’affondamento. E’ necessario organizzare in fretta l’evacuazione della nave e in quel momento il profondo senso del mare e della solidarietà umana muove il capitano Otto Burfeind, l’ufficiale tedesco prigioniero, nell’affiancare il comandante inglese Moulton per allestire al meglio l’abbandono della nave, secondo regole comuni a tutti le Marine combattenti. Burfeind è in ogni luogo, organizza, ordina e salva vite, fino a quando scompare in circostanze del tutto sconosciute fra i flutti dell’oceano. 586 naufraghi vengono tratti in salvo da un cacciatorpediniere canadese che naviga in quelle acque, mentre altri 800 muoiono inghiottiti dalle onde dell’Atlantico.
Fra coloro che si salvano c’è anche Uberto Limentani. Forse un segno del destino o una causale fortuna, gli consente di sopravvivere a quella tragedia del mare e della guerra. Viene salvato e comunque internato fino alla conclusione del conflitto, dopo il quale riprende i suoi studi e le sue ricerche, rimanendo sul suolo inglese, fino a quando, nel 1962, vince la cattedra di “Letteratura italiana” all’Università di Cambridge, dove è entrato nel 1945 come “lettore”. La sua avventura intellettuale e professionale – che da quel momento si svolge parallela a quella di un altro grande intellettuale italiano che insegna all’Università di Reading e cioè Luigi Meneghello, l’indimenticato autore di “Libera Nos a Malo”, “I piccoli maestri” “Pomo Pero” e di altre straordinarie pagine della nostra letteratura novecentesca – lo conduce fino alla nomina di condirettore degli “Italian Studies” nel prestigioso ateneo britannico: Uberto Limentani si spegne, infine, all’età di settantasei anni, a Siusi, in Alto Adige/Südtirol dove da tempo trascorre le sue ferie. Riposa adesso nel cimitero ebraico di Milano.
Un capitolo a parte riguarda i superstiti dell’affondamento dell’”Arandora Star” che proseguirono il loro internamento in Oceania. A guerra conclusa però i sopravvissuti al naufragio e i familiari delle vittime non hanno mai ricevuto alcun risarcimento o almeno scuse ufficiali dal governo inglese, che ha invece decorato al valore i comandanti Otto Burfeind e Edward W. Moulton per l’opera di salvataggio.
Il 16 maggio 2011 a Glasgow, in Scozia, è stato inaugurato un monumento, nell’ “Italian Cloister Garden”, in ricordo delle vittime, altrimenti dimenticate dalla storia.
©renzofracalossi-iltrentinonuovo.it

