Questa è la storia sorprendente di un professionismo straordinario, quello di cartografo e quello di… spia. Questa è l’incredibile vicenda umana di Alexander Reich e di Sàndor Radò, che furono la stessa persona: un geografo ebreo, spia sovietica e scienziato di fama mondiale.
Il quartiere di Ujpest, nella capitale ungherese, alla fine dell’Ottocento è abitato, prevalentemente, da una fiorente comunità ebraica. Proprio in uno di quei palazzi dove vive la famiglia ebraica Reich, nel 1899 nasce il piccolo Alexander. Si tratta di una famiglia borghese, che avverte ben presto i rischi connessi alla propria identità, in un momento in cui l’antisemitismo sembra riaffiorare soprattutto nell’Europa centro-orientale. In questo clima, la famiglia Reich decide quindi di cambiare cognome, prassi all’epoca piuttosto frequente nelle comunità ebraiche, optando per il più magiaro cognome Radò e così anche Alexander diventa Sàndor. Nel 1917, dopo aver conseguito il diploma superiore, viene arruolato nell’esercito austroungarico e, dopo un corso presso una scuola per ufficiali, viene assegnato all’artiglieria. L’anno seguente, con il dissolvimento della monarchia asburgica e la fine del conflitto, si iscrive al Partito Comunista ungherese e partecipa attivamente ai moti rivoluzionari che sfociano, il 21 marzo 1919, nella proclamazione della Repubblica Sovietica Ungherese, sulla scorta di quanto già avvenuto in Russia con la Rivoluzione d’Ottobre e sulle macerie del dissolto impero degli Asburgo, dopo la sconfitta militare nella recente guerra mondiale.
Il nuovo governo ungherese, a maggioranza socialista e presieduto dal socialdemocratico Sàndor Garbai, è però fortemente condizionato dal nuovo ministro degli esteri Bèla Kun, già fondatore del Partito Comunista ungherese di forte ispirazione marxista-leninista. La giovane e fragile repubblica si trova a dover fronteggiare, ad oriente, l’espansionismo romeno in un breve conflitto che però è fra le cause, unitamente all’autoritarismo comunista di Kun, della caduta dell’esperienza rivoluzionaria. Infatti, il 1 agosto 1919, dopo soli 133 giorni di governo, lo stesso crolla definitivamente. Sàndor Radò ha condiviso e partecipato; è un comunista convinto e si trova adesso in una situazione di estrema difficoltà, con il rischio di venire arrestato in quanto rivoluzionario. Fugge frettolosamente dall’Ungheria e arriva a Vienna, dove trova una sistemazione e può quindi applicarsi agli amati studi di geografia e cartografia.
E’ quest’ultima materia, della quale il giovane esule subisce il fascino, che lo porta a peregrinare nel vecchio continente, senza mai abbandonare la coltivazione gli ideali del socialismo rivoluzionario. Dopo aver vissuto per alcuni periodi a Jena, Lipsia e Stoccolma, finalmente approda a Mosca, dove si radica in lui la passione intensa e totale per l’ideologia comunista e per il paese che l’ha resa concreta. Quando arriva nella capitale russa, nel 1924, decide in breve di eleggere l’Unione Sovietica come sua patria d’adozione e di fare del comunismo la guida di tutta la sua vita, garantendo una fedeltà assoluta all’ideale, peraltro, poco ricambiata.
Nel frattempo, proseguendo gli studi geografici e cartografici, accarezza il progetto di dare alle stampe in occidente la prima carta geografica raffigurante la nuova Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Si reca quindi al Cremlino per sottoporre quest’idea ad Ivan Skljanskij, uno dei Commissari alla Difesa, ma purtroppo il suo russo è molto, troppo, elementare e Sàndor fatica molto a farsi capire. Però è la fortuna che gli corre in soccorso, perché in quel momento transita proprio Lenin che l’ungherese lo parla e si offre di fare da interprete. Vladimir I’lijc non si limita però solo a tradurre, ma interviene, domanda, si interessa e chiede ragione di questa stranezza, avviando così un confronto serrato con il giovane Radò e giungendo infine a chiedere a Sàndor se desiderasse fermarsi nell’URSS, dove mancano veri cartografi comunisti.
Pur preso in contropiede dall’allettante offerta, declina, egli sceglie di ritornare in Germania per completare i suoi studi universitari, ma da quel momento in poi, matura in lui la volontà di dedicarsi allo studio della geografia e della cartografia dell’Unione Sovietica e delle idee e teorie di Lenin, declinando quindi la cartografia secondo una lettura fortemente politica di chiara impronta marxista, fino a quando, nel 1933, i nazisti arrivano al potere. Radò, che nel frattempo si è sposato con Lena Scherchen, capisce che non c’è più posto per lui e le sue idee sul suolo tedesco e si rifugia quindi in Francia, a Parigi, dove fonda la “Inpress”, una agenzia giornalistica antinazista.
In quegli anni viene avvicinato da Arthur Artuzov, primo vicedirettore del Servizio Segreto Militare sovietico ed accetta di fornire ogni informazione che riesce a raccogliere sulla Germania nazista. Nel 1937 si reca in Italia allo scopo di capire la portata dell’aiuto militare italiano alla rivolta franchista in Spagna e, l’anno seguente, si stabilisce a Ginevra dove tesse relazioni con i profughi tedeschi, ma anche con commercianti, industriali e banchieri tedeschi che operano nella Confederazione. I Servizi di Informazione sovietici (NKVD) sono consapevoli delle grandi potenzialità di Sàndor, rese ancor più interessanti ed utili dalla padronanza piena della lingua tedesca e da una intelligenza ben superiore alla media. In breve egli trova lavoro presso la famosa casa editrice Westermann, per la quale realizza una carta politica dell’URSS, ma soprattutto quell’ “Atlas für Politik, Wirtschaft unde Arbeitbewegung. Der Imperialismus” (Atlante di politica, economia e del movimento dei lavoratori), che è forse il suo capolavoro assoluto. Nel contempo, collabora anche alla redazione di alcune carte aeree per compagnie private tedesche, nelle quali sta prendendo forma la futura Luftwaffe e dove si attingono interessanti informazioni. La sua fama di geografo cresce al punto tale da introdurlo, come “socio benemerito”, nelle principali Società Geografiche europee, ivi compresa quella italiana che lo associa nel 1938. Tali onori – e oneri – non inficiano affatto il lavoro di spionaggio di Sàndor Radò.
Ma è in Svizzera che la sua abilità e competenza portano alla creazione di una estesa rete spionistica, capace di penetrare molti segreti del III Reich e non solo. E’ in questo contesto che, grazie alla collaborazione con il giornalista svizzero Otto Puenter, viene in contatto con la fonte “Luiza”, un ufficiale dei Servizi segreti svizzeri che ha preziosi agganci nella Wehrmacht.
È questa fonte che trasmette notizie riservate sui movimenti di truppe ai confini fra il III Reich e l’URSS, dopo la spartizione della Polonia. Il 17 giugno 1941 Radò, che ha scelto il nome in codice di “Dora”, anagramma del suo cognome, manda a Mosca il seguente messaggio cifrato: “Circa cento divisioni di fanteria sono dislocate alla frontiera germano-sovietica. Un terzo è motorizzato. Inoltre vi sono dieci divisioni corazzate In Romania, concentrazione di truppe tedesche a Galati. Attualmente vengono costituite divisioni scelte per una missione speciale. Ne fanno parte la 5.a e la 10.a dislocate nel Governatorato Generale (cioè la Polonia occupata n.d.r.). Firmato Dora”. Mosca però non ci crede, Gli esiti sono ben noti.
Nel proseguo della guerra, fra il 1941 e il 1943, Sàndor Radò monitora tutto ciò che accade sul suolo tedesco. Continua così a far fluire informazioni preziose all’URSS, soprattutto grazie alla fonte “Werter”, un alto ufficiale della Wehrmacht che non è mai stato individuato, come in occasione della decisiva battaglia di Kursk, il più grande scontro di ogni tempo fra forze corazzate e che segna uno dei momenti fondamentali della controffensiva sovietica che si fermerà solo a Berlino.
L’esistenza di Sàndor Radò è un crogiolo unico di avventura, rischio, fuga, camuffamento e colpi di scena, ma anche di studio, ricerca, approfondimenti, analisi e intuizione. Riesce sempre a sfuggire alla Gestapo ed a fornire notizie preziose a Mosca che, nel 1943, gli attribuisce, non solo un alto grado nell’Armata Rossa, ma addirittura le insegne dell’Ordine di Lenin, la più alta onorificenza sovietica. Spionaggio quindi, ma anche straordinari risultati nella difficile scienza cartografica, che lo portano ad essere riconosciuto come uno dei più preparati esperti del settore.
Scrive di sé, Sàndor in proposito: “La mia attività scientifica si rivelò un efficace mezzo di propaganda, come ammisero gli stessi geografi borghesi. Mi permetto di citare il generale Haushofer, padre dei principi di geopolitica fascista e che, nel suo periodico “Geopolitik”, arrivò a paragonare l’effetto prodotto dalle mie carte sull’Unione Sovietica a quello del film “La corazzata Potemkin”, dato che entrambi avevano raggiunto strati di popolazione generalmente inaccessibili alla propaganda comunista”.
Nel frattempo, il Sicherheitsdienst, il controspionaggio nazista, ha scoperto la cosiddetta “Rote Kapelle” (Orchestra Rossa, rete di spionaggio comunista in Germania) coordinata da Leopold Trepper e, in quelle circostanze, viene alla luce anche l’esistenza della rete di Radò, che però opera in Svizzera e contro la quale ben poco può l’SD di Kaltenbrunner. Nella seconda metà del 1943, i tedeschi riescono finalmente a convincere gli elvetici a smantellare il sistema di spionaggio comunista che opera sul loro territorio e così il 14 ottobre di quell’anno la Gendarmeria da corso ad una serie di arresti che, nel volgere di poche ore e sulla base di elenchi forniti dai nazisti, porta in carcere quasi tutti gli agenti sovietici, tranne due: Sàndor Radò e sua moglie Lena Scherchen. Si nascondono per settimane in Svizzera, cambiando spesso domicilio e identità, fino a quando nel settembre del 1944 i due riescono rocambolescamente a raggiungere Parigi, da poco liberata dall’avanzata alleata. Rimangono quindi in Francia fino al gennaio del ‘45 quando, insieme a Leopold Trepper anch’egli sfuggito per miracolo alla caccia delle SS, vengono richiamati a Mosca.
Radò subodora il rischio di poter diventare vittima, sulla base di false accuse, della paranoia di Stalin e decide quindi di tentare la fuga. Il viaggio di ritorno a Mosca prevede uno scalo al Cairo ed è qui che prova a fuggire durante lo scalo. Raggiunge l’ambasciata britannica e chiede asilo politico, che però gli viene rifiutato, anche per non indispettire gli alleati russi, a conflitto ancora in corso. Sàndor è in preda alla disperazione e tenta il suicidio. Fallisce, lo salvano e lo ricoverano in ospedale, da dove poi viene direttamente trasferito su di un aereo per l’estradizione in URSS. Giunto all’aeroporto moscovita viene arrestato con l’accusa, per colmo di ironia, di spionaggio contro l’Unione Sovietica. Trasferito in carcere, senza processo, lo condannano, nel dicembre del 1946 e dopo un’udienza-farsa ad un anno e mezzo di detenzione nelle prigioni della Lubyanka e poi a dieci anni in Gulag nella regione della Kolyma, oltre il Circolo Polare Artico.
Solo la morte di Stalin nel 1954 gli consente di essere liberato e, con il XX Congresso del PCUS e la denuncia dei crimini del dittatore georgiano, il Collegio militare della Corte Suprema dell’Unione Sovietica lo riabilita e gli consente di far ritorno, dopo tanti anni, in Ungheria. I suoi meriti scientifici vengono riconosciuti con la nomina alla guida del Servizio Cartografico nazionale e con la cattedra in cartografia presso l’Università di Budapest. Nel 1962 riceve il prestigioso “Premio Kossuth” e, nove anni più tardi, dà alle stampe le sue “Memorie”, che escono ovviamente censurate in più capitoli. Solo nel 2006 esce la versione originale, anche in italiano, senza alcun taglio censorio, ma purtroppo Sàndor non arriva a vedere quell’edizione perché è morto nel 1981.
Riposa adesso nel Cimitero di Farkasrèt, nel cuore della capitale ungherese. Questa è la straordinaria esistenza di un ragazzino ebreo, costretto ad attraversare i periodi più bui e drammatici del Novecento, mantenendo intatta una sua coerenza morale ed intellettuale che, comunque la si voglia vedere, merita il massimo rispetto di tutti.
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