“Insulso oppositore del regime, al quale si sarebbe dovuto rendere la vita difficile…”. Così scriveva Benito Mussolini a proposito di un giovane intellettuale che contrastava con la sola forza della sua intelligenza e della sua cultura il fascismo che stava dilagando nel Paese. “Nè Mussolini, né Vittorio Emanuele hanno virtù di padroni, ma gli italiani hanno animo di schiavi…” Così aveva replicato quell’eclettico professore, filosofo, editore e giornalista piemontese che rispondeva al nome di Piero Gobetti, del quale, quest’anno, ricorre il centenario della morte. La rievocazione prende le mosse dal quella fredda giornata parigina del 16 febbraio 1926 quando il fuoriuscito antifascista Piero Gobetti, dopo un breve ricovero ospedaliero, morì all’età di 25 anni.
L’uomo e l’intellettuale – Alto, magro, con sottili occhiali a stanghetta, i lunghi e ribelli capelli che invadono la fronte ed una coscienza di sé matura e consapevole. Questo è uno dei più lucidi e coraggiosi intellettuali di quegli anni, nato a Torino il 19 giugno del 1901 dal commerciante Giovanni Battista e da Angela Canuto. Dopo gli studi dell’obbligo, nel 1916, entra al liceo classico “V. Gioberti” dove conosce Ada Prospero, che anni più tardi diventerà sua moglie.
Piero Gobetti è una intelligenza superiore alla media. È talmente brillante che riesce a superare in anticipo l’esame di maturità, rendendosi così libero da impegni scolastici per potersi arruolare come volontario in occasione dell’“inutile massacro” che sta scoppiando. Dalla divisa trae però una pessima opinione, tanto da scrivere: “La vita militare è la consacrazione di tutti gli egoismi e di tutte le meschinità (…) La meccanicità pervade ogni forma di vita; tutto si riduce a vegetazione. La caserma è l’antitesi del pensiero.”
Finito il conflitto, si iscrive a giurisprudenza a Torino, dove trova docenti come Luigi Einaudi, Francesco Ruffini e Gioele Solari, con il quale si laurea. In quel periodo incontra nuovamente Ada Prospero, alla quale si lega con un sentimento profondo ed intenso. Fonda un periodico studentesco – “Energie Nove” – ispirato al liberalismo di Einaudi ed al pensiero di Gaetano Salvemini. Gobetti invoca una profonda riforma del Paese, anzitutto sul versante morale e culturale, secondo un insegnamento che proviene dalla “Voce” di Giuseppe Prezzolini, altro ispiratore nella formazione culturale di Piero.
Frequenta assiduamente Salvemini il quale, riconoscendo le straordinarie qualità intellettuali del giovane, gli offre la direzione della sua rivista “L’Unità”, ma Piero rifiuta non sentendosi affatto pronto per un simile gravoso impegno. Continua invece con la pubblicazione di “Energie Nove”, entrando in polemica con un altro giovane, Palmiro Togliatti che, dalle colonne del giornale “Ordine Nuovo”, lo accusa di idealismo astratto. Gobetti risponde definendo le pagine della testata come “un giornalettotorinese di propaganda” e ottenendo, a questo punto, la risposta del direttore stesso della testata, Antonio Gramsci, che l’ha fondata insieme a Umberto Terracini, Angelo Tasca e Palmiro Togliatti, nel maggio del 1919. Il grande intellettuale sardo definisce, a sua volta, la politica seguita da Gobetti come un “ricettario per cucinare la lepre, senza la lepre”. È una polemica destinata a durare poco perché le vere intelligenze spesso si attraggono e non si respingono quasi mai.
Dopo aver sospeso la pubblicazione di “Energie Nove” ed essersi avvicinato al movimentismo socialista ed operaio che occupa le fabbriche piemontesi, prendendo le distanze progressive da Salvemini al quale rimane comunque legato da profonda amicizia e stima, Gobetti presta crescente attenzione alle posizioni di “Ordine Nuovo”.
Gobetti però continua a definirsi un liberale, pur nutrendo sincera stima per Gramsci, il quale qualche anno dopo sui “Quaderni del carcere” scriverà: “La sua caratteristica più rilevante era la lealtà e l’assenza completa di ogni vanità e piccineria. (…) Gobetti si rivelò un organizzatore della cultura di straordinario valore. Egli scavò una trincea oltre la quale non arretrarono quei gruppi di intellettuali più onesti e sinceri……”
Piero crede nella lotta politica intransigente, ma anche nelle capacità delle istituzioni di portare a sintesi le istanze antagoniste, traducendole in leggi ed in un allargamento progressivo delle libertà. Libertà di esprimere la propria opinione; libertà di associarsi per influenzare la vita politica collettiva; libertà dalla schiavitù del bisogno, quello del lavoro, della casa, della salute. È insomma un pioniere di quel socialismo liberale che, durante gli anni del regime prima e della guerra poi, mantiene viva l’opposizione al fascismo. Compresso, nel dopoguerra, tra i due grandi partiti di massa, quello popolare e quello comunista, il socialismo liberale viene schiacciato da interessi fra loro opposti, mandando così in archivio esperienze preziose, come quelle di “Giustizia e Libertà” e del Partito d’Azione, soggetti politici che cercano di tenere insieme le libertà del singolo con la giustizia sociale, nella convinzione che l’una sia impossibile senza l’altra. È la grande lezione della democrazia.
La Rivoluzione liberale – Questo è il titolo di una nuova rivista, che vede la luce il 12 febbraio 1922 e che Gobetti fonda con l’obiettivo di contribuire a formare una classe politica e dirigente nuova e cosciente “delle esigenze sociali nascenti dalla partecipazione del popolo alla vita dello Stato”. Le collaborazioni alla testata sono subito prestigiose: da Antonio Gramsci a don Luigi Sturzo e perfino un giovane Eugenio Montale. Gobetti, che la dirige, sforna articoli e contributi preziosi, lasciandosi affascinare dalla battaglia politica, nella consapevolezza che con il fascismo non si può scendere a compromessi, né, tanto meno, conquistarlo alla democrazia. Conclude queste sue riflessioni sul regime che va assentandosi, affermando che: “noi siamo come la dura scorza della noce: proteggeremo i nostri ideali dalla sopraffazione con tutte le nostre forse e fin quando sarà possibile.”
L’11 gennaio 1923 Piero sposa Ada. Vanno ad abitare al civico 60 di via XX Settembre a Torino dove ha anche sede la casa editrice che lui ha fondato con il proprio nome: “Piero Gobetti Editore”. In poco più di due anni, escono oltre cento titoli e fra essi alcuni teorici del pensiero liberale come John Stuart Mill e, soprattutto, Luigi Einaudi. Ma non basta. Nel 1925, la casa editrice pubblica una raccolta di poesie di Montale dal titolo “Ossi di seppia”, contribuendo così per prima alla consacrazione del grande poeta ligure.
Le plurali attività di Gobetti non sfuggono però all’occhiuto controllo del regime che non lo ha dimenticato. Il 6 febbraio 1923 lo arrestano con il sospetto di “cospirazione con gruppi sovversivi che complottano contro lo Stato”. È un’accusa ridicola e non sostenuta da alcuna prova e così lo rilasciano dopo cinque giorni, ma il 29 maggio viene nuovamente arrestato. Questa volta però l’avvenimento non passa sotto silenzio. Una interrogazione parlamentare chiede conto di quanto accaduto a Torino e il governo non può quindi sottrarsi al dovere di rispondere nell’Aula di Montecitorio: “La rivista che egli (Gobetti n.d.r) dirige, conduca da tempo una campagna contro le istituzioni e il governo fascista; il prefetto si è perciò sentito in dovere di far operare una perquisizione e il fermo del Gobetti, come misure di ordine pubblico.”
Un anno dopo, nel maggio del ‘24, Gobetti si reca in Francia e poi in Sicilia per far visita ad alcuni amici. La Polizia lo tiene sotto sorveglianza e annota le sue frequentazioni. Il 9 giugno, una nuova perquisizione in casa porta al sequestro di documenti e manoscritti avversi al regime. Il giorno dopo, il deputato socialista Giacomo Matteotti viene rapito. Gobetti fa di lui un ritratto straordinario, scrivendo che Matteotti: “non se la intende con il vincitore; combatte alla luce del sole; conosce il disprezzo delle saghe, dei gesti; non si arrende alle allucinazioni collettive; non ha bisogno di chiamare eroismo la sua ferma coscienza morale.”
Sono articoli come questo, uniti all’accusa di manovre occulte architettate contro il deputato fascista e grande invalido di guerra Carlo Delcroix, che producono, non solo il sequestro della “Rivoluzione liberale”, ma anche un violento pestaggio da parte di un gruppo di anonimi squadristi.
Gobetti però non demorde. Il 23 dicembre 1924 fonda quindi una nuova rivista – “Il Baretti” – sulla quale si trovano subito le firme di intellettuali del calibro di Natalino Sapegno e Benedetto Croce. Il 1° febbraio 1925, la scure del sequestro si abbatte anche su queste pagine. È l’inizio di un lungo periodo di sospensioni della pubblicazione, come della “Rivoluzione liberale” che, nel frattempo, ha ripreso a uscire in edicola.
Nella seconda metà di agosto del 1925, la famiglia Gobetti compie un viaggio a Parigi e Londra. Ada è incinta e Piero inizia a pensare all’opportunità di trasferirsi sul suolo francese, per ragioni anzitutto di sicurezza personale e familiare. Rientrano comunque a Torino e il 5 settembre gli squadristi gli fanno subire un altro e ancor più devastante pestaggio, che lascia pesanti strascichi nel fisico già provato, con pericolose conseguenze cardiache. I sequestri delle sue testate proseguono a ritmo alterno, fino a quando il prefetto di Torino diffida formalmente Gobetti e impone la cessazione definitiva di ogni pubblicazione della sua casa editrice. Il 28 dicembre nasce Paolo, un raggio di luce nella notte dell’oppressione e il segnale che adesso bisogna veramente andarsene dall’Italia.
Il 3 febbraio 1926 quindi Piero Gobetti parte, da solo, per Parigi. È lì che ha deciso di stabilirsi e di proseguire la lotta contro il fascismo. La famiglia lo raggiungerà non appena sarà trovata una degna sistemazione d’alloggio. Otto giorni dopo, contrae una bronchite che acuisce i suoi problemi cardiaci e impone il ricovero in ospedale. Si aggrava ogni ora di più, fino a quando il 15 febbraio 1926, all’età di venticinque anni, muore. Di lui scrive Eugenio Montale: “Eguale a noi, migliore di noi, l’uomo che fu cercato invano da una generazione perduta, l’uomo che ci ostiniamo ancora a cercare nella parte più profonda di noi stessi.”
Piero Gobetti, un italiano per bene e un esempio anche per il presente.

