Se ne va, senza lasciare eredi, Marcello Farina da Balbido, prete cattolico della Chiesa universale, morto nella notte del 28 novembre 2025 e sepolto nel suo villaggio del Bleggio nel pomeriggio di martedì 2 dicembre. È stato un costruttore di dialogo, visionario innamorato dell’umano, cercatore di rapporti, dispensatore di tolleranza e di amicizia. Non giudicava, semmai giustificava. Anche a dispetto delle convenzioni. Un libero pensatore come dovrebbero esserlo i cristiani convinti e convincenti. La sua scomparsa priva il Trentino di una voce autorevole, ancorché alternativa alla melassa di devozioni e riti stereotipati e ormai senza alcuna aderenza con una società che si interroga e chiede anche alla Chiesa (cattolica e non) riscontri non banali e non effimeri.
Marcello Farina, queste risposte tentava di darle: con pacatezza, con il sorriso, con una parola di comprensione. Mai un giudizio, mai una sentenza, mai una parola stonata. È stato un grande uomo, un grande prete, uno straordinario docente. Di storia, di filosofia, di vita.
È stato soprattutto un caro amico, per molti di noi: cristiani d’anagrafe o credenti della domenica, cercatori di Dio o scettici fruitori delle ricerche altrui del sovrannaturale.
Oltre che prete convinto e docente capace e convincente, Marcello Farina è stato un fertile scrittore. Ha pubblicato una ventina di titoli che hanno accompagnato il cammino dei cercatori di senso. Qualche anno fa ha dati alle stampe un abecedario delle parole perdute sotto il titolo evocativo: “Cantami qualcosa pari alla vita”.
Da uomo della Parola, da prete della Chiesa di Trento, in quelle pagine Marcello Farina restituiva dignità e significato a: “Desiderio; gratitudine; bellezza; felicità; serenità; semplicità; gratuità; leggerezza; pazienza; umiltà; ascolto; ospitalità; perdere; sofferenza; noia; testimone; spiritualità; rinascere; abilità; incanto”.
Fin da quando insegnava storia e filosofia nei licei, Marcello Farina ha sempre fatto largo uso di citazioni e di rimandi ad autori della teologia e della filosofia: da S. Agostino a Dietrich Bonhoeffer; da Friedrich Nietzsche; da Wystan Hugh Auden a Franz Kafka, da Byung-Chue a Kari Hotakainen; da Georges Bernanos a Blaise Pascal; da Emily Dickinson a Rainer Maria Rilke, da Charles Péguy fino a Vasco Rossi.
Non mancava mai la grande filosofa del Novecento, più volte citata negli interventi e nelle pubblicazioni: Hannah Arendt: “Ci si ricorderà di affermare che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire, ma per incominciare?”.
Forse è da qui che prende le mosse quel “Cantami qualcosa pari alla vita”, agganciato al pensiero di scrittori e poeti. Un testo che denotava la vastità della conoscenza e della sintesi che Marcello Farina sapeva fare del suo essere Homo Philosophicus. Vale a dire colui il quale riassume in sé il pensatore, l’artista e il matematico.
Citando Rilke, Marcello Farina scriveva: “Nasciamo, per così dire provvisoriamente, da qualche parte; soltanto poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno, più definitivamente”.
Nel dialogo con i lettori, attraverso la distesa delle parole, Farina rimandava a Paolo Ricca il quale rammenta che “il dialogo è fatto, almeno per metà, di ascolto… ed è l’ascolto che ci fa crescere”. A chi obiettava che l’ascolto impone umiltà, replicava: “Essere gentili e umili non equivale ad essere deboli e accomodanti”. La relazione ha bisogno, scriveva Farina, del volto dell’altro. E la civiltà dei volti “è in contrapposizione con la nostra civiltà che è quella dell’io arrogante, prepotente, invadente, che ha cooperato a creare gli squilibri e le tragedie del nostro tempo”.
Di citazione in riflessione potremmo continuare fino all’anno nuovo. Questo scrigno di parole recuperate e dispiegate da Marcello Farina va aperto nelle notti di fine dicembre come una lanterna che rischiara il cammino. Per i credenti sono i giorni che recuperano la nascita di un bambino ebreo di nome Yehoshua ben Yosef, Giosué figlio di Giuseppe; per chi ha altri riferimenti culturali è il tempo dei giorni corti e delle notti lunghe. Alle quali affidare il riposo e la riflessione: sul tempo che non lascia scampo. Perché la vita ritorna. Quando i giorni sopravanzeranno la notte, nel vortice del pensiero che fa rifiorire l’umanità.
Il figlio della maestra di Balbido
Cinque anni fa, per l’ottantesimo compleanno, Marcello Farina aveva ricevuto a palazzo Thun dal sindaco Alessandro Andreatta il sigillo della città di Trento. Era il riconoscimento per l’impegno e la dedizione all’insegnamento e per avere rappresentato un faro di libertà di pensiero all’interno della Chiesa tridentina.
Dopo essere stato ordinato prete (1965) e aver svolto attività di cappellano ad Arco, senza domandare il permesso al vescovo s’era iscritto all’Università di Lettere e Filosofia, a Padova. Si laureò nel 1974. Lo fece per un senso di libertà: “non toglievo nulla al mio impegno di catechista nella scuola”. Non lo comunicò all’arcivescovo per il timore di sentirsi dire di no. Memore forse di quanto era accaduto al suo celebre conterraneo, don Lorenzo Guetti (1847-1898), il quale, paventando un diniego, aveva avvertito il principe vescovo Valussi soltanto dopo aver accettato la candidatura al Reichstag, il parlamento di Vienna.
Dichiarò a Piergiorgio Cattani in una lunga, bella conversazione, pubblicata nel 2017, col titolo “Il pane di Farina”: “Non era per un profitto personale che riprendevo gli studi, così almeno pensavo e così mi giustificavo, ma per essere un prete più preparato in favore di quella comunità che mi aveva formato. E pensavo che mi sarebbe stato possibile farlo senza intralciare il lavoro in parrocchia, nei ritagli di tempo, durante le vacanze (poche). Quando sono tornato in diocesi non mi hanno capito”.
Così nessuno gli ha più domandato di impegnarsi come parroco o in qualche incarico diocesano. Nel 1976, il prof. Farina ottenne l’abilitazione per l’insegnamento nei licei scientifici “Galilei” e “Da Vinci”. La domenica sera vagava “come un pellegrino” da una chiesa all’altra di Trento. Per sei anni fu accolto dal parroco della Cattedrale, Cornelio Carlin (1939) il quale tenne testa alle pressioni dell’arcivescovo Sartori (1988-1998) perché cacciasse quel prete che non si chinava al bacio della pantofola. “Dal Duomo non mi ha mandato via nessuno, perché il parroco ha sempre resistito. Mi sono allontanato di mia spontanea volontà, ormai stanco di sopportare quell’atmosfera da caccia alle streghe. Sono stati sei anni di angoscia”. Quel “mendicante della messa” fu ospitato come un fratello da Franco Pedrini (1940), un altro grande prete di frontiera. E per 17 anni a Canova di Gardolo, Marcello Farina ha impastato le coscienze con il pane della misericordia di Dio.
Quando don Pedrini lasciò la parrocchia di Canova che aveva tenuto dal 1991 al 2013, il prete-filosofo domandò ospitalità per matrimoni e per battesimi a Trento sud, nella parrocchia di S. Carlo, alla Clarina, da Lino Zatelli, un altro prete “di frontiera”. Quanto alla messa del sabato sera, fin che non ci ha pensato il coronavirus, si erano aperte le porte della Rettoria dei comboniani alla SS. Trinità.
Ha dichiarato: “La mia vita di prete è stata quella di un profugo, per modo di dire”. Nato a Riva del Garda l’11 ottobre 1940, Marcello era figlio di Giuseppe Farina (1913-1980). Il papà era chiamato Fortunato, perché a Balbido i “Bepi Farina” erano numerosi come i chicchi del grano. La fortuna, in verità, non aveva favorito quell’uomo il quale fu chiamato a “difendere” l’Impero con la guerra di Etiopia (“nel 1936 entrò glorioso ad Addis Abeba”), poi fu mandato a combattere contro le “plutocrazie” nella seconda Guerra mondiale (Francia, Montenegro, Friuli). Dopo nove anni di servizio militare e qualche licenza per ampliare la famiglia, l’8 settembre del 1943 Giuseppe Farina, detto Fortunato, disertò. Il timore di finire in Germania lo portò alla macchia.
Prima della guerra aveva sposato una maestra elementare “taliàna”: Antonietta Battaglia, da Caselle d’Altivole di Montebelluna (Treviso). Dopo avergli dato cinque figli, tra cui quattro femmine, la maestra Antonietta morì. La mamma se ne andò che Marcello aveva appena 14 anni. Quella morte repentina segnò la sua vita.
Da piccolo era andato a scuola a Rango dove c’erano solo due pluriclassi e un corridoio al piano terra della vecchia canonica. Sua mamma, Antonietta, faceva lezione proprio costì. Poiché era “el fiól dela maestra”, era costretto a rigare diritto più degli altri coetanei. La piccola scuola di campagna, a Rango, fu chiusa alla fine degli anni Sessanta quando gli alunni furono trasferiti nel nuovo centro scolastico, dove confluirono anche tutti quelli delle altre pluriclassi del Bleggio: Larido, Cavrasto, Màdice, Santa Croce.
Venticinque anni fa in queste aule fu organizzata una rassegna di “Ricordi di scuola”. Fu la scintilla che, grazie all’impegno di Tomaso Iori, trasformò quell’edificio nel “Museo della Scuola”. Alle pareti, le carte geografiche dell’Impero fascista e gli appunti (1928) della maestra Maria Tosi da Balbido: “L’orso è scomparso. Nel passato c’era molto frequente; a proposito: uno di Cavaione ne ha uccisi 24” […] “Fa pietà tra l’altro la cura con cui è trattato il letame; di frutti abbonda la noce e la mela. C’è anche la vite (bianca e americana) specie nel tenere di Cavrasto, ma potrebbe essere anche più estesa. Povero è anche il paese riguardo alle selve. Per i minerali, la regione non presenta che poche varietà: calcare, granito (quello dei massi erratici), porfido”.
Severo il giudizio della maestra Tosi sui propri compaesani: “[Il popolo] non emerge per valore psichico, ma è ancor molto arretrato. Lo dimostra il fatto della scarsità delle persone intellettuali e delle vocazioni religiose”.
Aveva torto, ma Marcello Farina sarebbe nato solo due anni dopo. Scorrono i fotogrammi di una vita mentre la comunità degli amici si appresta all’ultimo abbraccio, lunedì 1 dicembre nella chiesa di San Carlo a Trento (ore 14.30) e martedì alle 14 nella chiesa di S. Giustina, a Balbido. A cospetto della val Marcia, dove le streghe hanno sempre fatto un baccano d’inferno. In segno di rispetto, martedì chineranno la testa pure loro.
Immagini di Alberto Folgheraiter ©iltrentinonuovo.it




