A 110 anni dalla nascita, a 25 dalla morte, un convegno di studio, a Trento, toglie il velo della “damnatio memoriae” dalla figura di Flaminio Piccoli, giornalista, leader politico della Democrazia cristiana trentina, nazionale e internazionale, parlamentare per otto legislature, dal 1958 al 1994, europarlamentare dal 1979 al 1984. A restituire ruolo e peso a quello che era chiamato “lo zio Flam”, la Fondazione Museo storico del Trentino e l’Istituto Luigi Sturzo di Roma. Un convegno di studio il 3 e 4 dicembre, col titolo: “Flaminio Piccoli, la passione per la politica (1915-2000)”. Presenti la figlia, Flavia Piccoli Nardelli, e numerosi nipoti.

Venne al mondo il 28 dicembre del 1915, in un villaggio, Kirchbichl, dalle parti di Kufstein, tra Austria e Germania, dove la famiglia era stata “internata” perché sulle rive del Danubio ci si è sempre fidati poco degli italiani d’Austria (il 2% della popolazione dell’impero). Figurarsi dopo il “maggio radioso” del 1915, quando il regno d’Italia aveva dichiarato guerra ai due imperi di Vienna e di Berlino con i quali, nel 1882, era stato siglato un patto di alleanza.
Flaminio venne al mondo cittadino austriaco ancora per poco, sufficiente peraltro a dare l’impronta al carattere. Suo papà, Bennone Piccoli, archivista dell’amministrazione austriaca e Teresa Rigo, la mamma, avevano già altri tre figli: Ada, Nilo e Adone. L’ultimo fu chiamato Flaminio. E già nel nome, probabilmente si nascondeva il destino. Gaio Flaminio Nepote infatti fu un generale e politico romano, tribuno della plebe nel 232 avanti Cristo.
Quando Flaminio Piccoli morì, l’11 aprile del 2000, aveva alle spalle una lunga militanza politica nel partito della Democrazia Cristiana. Della quale fu segretario politico, presidente, capogruppo alla Camera, e per la quale fu pure ministro delle Partecipazioni Statali. Aveva cominciato come giornalista, fondatore nel dopoguerra del giornale “Il Popolo Trentino”, poi divenuto “L’Adige” nel 1951. Direttore responsabile della testata fino al 1958, quando fu eletto per la prima di sette volte alla Camera dei Deputati. Nelle elezioni del 25 maggio 1958 la DC ottenne in Trentino 163.337 voti (66,1%). Complessivamente, in regione, 199.805 voti (43,2%) e 5 seggi.
A causa dell’immunità parlamentare, Piccoli fu costretto a lasciare la responsabilità del giornale a Marcello Gilmozzi, prima, a Giorgio Grigolli e Rocco (Rino) Perego, poi. Tuttavia non mancava di dettare la linea da Roma. Erano note le sue telefonate serali (la “fissa”) al proprio sostituto. Dettava il titolo di apertura, talvolta faceva spaginare e dare risalto a una notizia, in particolare quando si trattava di politica estera.
Nella redazione del giornale di via Rosmini, a Trento, c’era anche la figura dell’Assistente ecclesiastico (la testata era pur sempre emanazione della DC in condominio con la Curia). E quanto ci fosse bisogno di un prete in quelle stanze lo raccontano taluni episodi di sconfinata goliardia. Quanto allo “zio Flam”, nel reparto amministrativo aveva inserito un congiunto il quale provvedeva ad informarlo qualora si fosse deviato dall’ortodossia. In fondo la firma di “direttore” era pur sempre quella di Flaminio Piccoli.
I cronisti del tempo (una “allegra brigata”) si divertivano, talvolta, a giocare qualche brutto scherzo al di lui cognato. Il capocronista Augusto Giovannini, al quale non mancavano né l’estro né la fantasia, più di una volta aveva cambiato momentaneamente, per celia, la prima pagina, con titoli inverosimili quanto strampalati, facendo rischiare l’infarto al povero cognato dello “zio Flam”.
Non si è parlato di questo, naturalmente, negli interventi seri e rigorosi che si sono succeduti nei due giorni del convegno. Volto ad indagare, dal punto di vista storico, soprattutto il periodo tra il 1958 e il 1969, il tempo cioè in cui operò a Roma (e pure in periferia) la corrente democristiana dei “Dorotei”. Così chiamata perché coloro che l’avevano formata, nel 1959 si erano incontrati nel convento di Santa Dorotea a Roma. Un “correntone” di centro, con venature verso destra, contrario alla linea di Amintore Fanfani che voleva coinvolgere i socialisti nel Governo della Repubblica. In funzione anticomunista, certo, ma comunque aperto alle riforme di cui il Paese aveva bisogno. I dorotei rappresentavano l’ala moderata della DC, erano conservatori sul piano sociale, ligi alle direttive di una Chiesa preconciliare.

I dorotei non riuscirono a far da argine a Fanfani, il quale condusse in porto il suo disegno, avviò la nazionalizzazione di importanti settori della vita economica (la partita dell’energia, tanto per cominciare) e traghettò l’Italia dal post-fascismo al centrosinistra.
La strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 squarciò la vita della nazione, e innescò la stagione stragista del terrorismo nero e rosso, culminato con il rapimento dell’on. Aldo Moro (marzo-maggio 1978) e la strage della sua scorta a opera delle Brigate Rosse. Il principio della fine di una stagione politica che sarebbe implosa con “mani pulite”, il ventennio del berlusconismo, le pulsioni populiste della Lega e del “grillismo”, il post fascismo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
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