Non ditelo agli anauniesi (gli abitanti della val di Non) che San Romedio, come persona, probabilmente non è mai esistito. E che la sua figura altri non fu che la trasposizione, in tempo medievale, di S. Remigio (437-532) vescovo di Reims il quale, secondo la tradizione, avrebbe convertito al cristianesimo il re merovingio Clodoveo. Non ditelo a chi, nella scia del culto di una figura mai esistita, ha legato al nome di Romedio devozione e tradizione, lasciti e beni terreni. A chi ha imposto quel nome di battesimo ai propri pargoli. Una rapida indagine, a campione, sui “Nati in Trentino”, la banca-dati dell’Archivio diocesano Tridentino, ha rilevato che solo in val di Non, nel XIX secolo il nome Romedio fu dato a centinaia di neonati.

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Nel corso di una secolare disputa “romediana”, si ipotizzò che Romedio potesse essere la corruzione di Eremita, Remigio, Remit. La leggenda racconta che, nel prepararsi a fare l’eremita nella forra di Tavon, un nobile tirolese abbia compiuto un viaggio alle tombe dei Papi. “Romeo”, pertanto, prima di dedicarsi a Dio. Facile la crasi: Rome-Dio. Una fantasia, naturalmente, ma alla luce di recenti studi si è confermata l’ipotesi che San Romedio non sia mai realmente esistito.
In questo senso va letto con particolare attenzione il volume che la Soprintendenza provinciale per i beni culturali ha dato alle stampe e che viene presentato al Vigilianum (il centro culturale della diocesi di Trento) giovedì 19 febbraio 2026 alle 17.
Franco Marzatico, già dirigente generale per i beni culturali, ne discuterà con i curatori: Salvatore Ferrari ed Emanuela Rollandini i quali hanno coordinato gli studi di singoli e di gruppi di lavoro attorno al culto di questa figura che da mille anni è il fulcro della devozione popolare degli abitanti delle Alpi centrali.
Di solito un santuario è legato a una leggenda di fondazione: un evento ritenuto inspiegabile alla luce delle conoscenze del tempo; il ritrovamento di un dipinto o di una statua; l’attribuzione a quei manufatti di poteri “magici”… e via discorrendo.
S. Romedio, inteso come luogo di culto, è uno sperone di roccia che svetta tra le forre e sul quale si sono aggregati ambienti e cappelle fino a formare un castello, una torre della devozione. La figura del “santo Romedio”, dell’eremita che dona i propri beni ai poveri, addomestica un orso che gli ha sbranato la cavalcatura, si è strutturata al pari dei fabbricati nel corso del medioevo. Un’immagine leggendaria e fantastica.
Scrisse (1985) Iginio Rogger: “Il dubbio che si affacciava con l’Umanesimo esplose con l’Illuminismo. Non vorremmo arbitrariamente caricare più di tanto la decisione del vescovo Hinderbach di dedicare nel 1472 dentro il santuario di S. Romedio un altare a S. Remigio, [anche se] le date del 1° ottobre sono uguali”.
Nel XVIII secolo la “questione romediana” divenne rovente. Cominciò l’abate roveretano Girolamo Tartarotti, sostenendo che si trattava non già di Romedio ma di Remigio di Reims (il vescovo che convertì i Franchi, morì il 13 gennaio 533 e del quale si osserva la festa il 1° ottobre, giorno della traslazione delle sue reliquie). Da qui l’abbinamento con i “compagni” Abram e Davide. Gli replicò il frate francescano Benedetto Bonelli e fu un susseguirsi di cannonate da entrambe le posizioni. Don Luigi Rosati (1905) spostò le date facendo vivere S. Romedio verso il secolo VII. E subito, il priore di S. Romedio, don Antonio Casagranda, scese in campo sostenendo che l’eremita era contemporaneo di S. Vigilio (morto nel 400). Inoltre, il priore chiese e ottenne da Roma (1907) l’autorizzazione al culto romediano secondo la tradizione. Il dibattito proseguì tra braci sotto la cenere e improvvise fiammate, col fuoco alimentato da congetture, da tentativi mal riusciti di accreditare certezze senza alcun fondamento documentale.

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Nuovi studi di studiosi accreditati, condensati in un volume dal titolo: “Il santuario di San Romedio”, edito dalla Provincia Autonoma di Trento, consentono a coloro che sono interessati al tema di orientarsi fra tradizioni e supposizioni.
Andrea Tilatti, docente di Storia Medievale all’università di Udine, scrive che “in principio ci fu un unico Remedio/Romedio/Remegio/Remigio, ossia il vescovo di Reims. […] Verso la metà del XII secolo, i vescovi di Trento (Altemanno? Adelpreto?) non sappiamo se consapevolmente o no, accolsero o favorirono lo sdoppiamento del santo, assecondando la difformità nominale ma senza rinunciare all’identica festa, unico relitto del passato. La sanzione dell’agiografia giunse a metà del XIII secolo, con Bartolomeo di Trento”.
Insomma fu inventata una tradizione “che non ha riscontro nei documenti”. Solo un assaggio, sufficiente per suscitare la curiosità e fors’anche la polemica erudita e devota, per tuffarsi nella lettura di un volume, scritto da 20 studiosi, che indaga la storia, l’arte, l’archeologia, l’antropologia legate al luogo di culto che si è sviluppato ed è cresciuto nel corso di mille anni. Uno studio multidisciplinare che ha impegnato i curatori per tre anni, non sempre di agevole lettura. Un corposo apparato iconografico, anche con immagini di un repertorio della devozione, consente di riprendere fiato sull’erta scala del santuario e sulle ardite riflessioni del tempo presente.
©iltrentinonuovo.it

