Dopo aver minacciato fuoco e fiamme per la mancata intitolazione di una sala o quanto meno di una targhetta al nome di Clara Marchetto (si vedano nel merito altri articoli in questo foglio liquido) gli autonomisti trentini, eredi di quella figura controversa e contrastata, hanno deciso di non decidere. Esempio preclaro di lungimiranza e di saggezza. Al punto che per commentare tanta virtù politica si sono scomodati in tandem il Golem da Praga e il Potachin da Càden.
Bisogna riconoscerlo! Gli autonomisti del PATT(atrack) si sono superati in autonomia. Sono riusciti a essere talmente autonomisti da diventare perfino autonomi da sé stessi e dalla loro storia. Geniali.
Sulla vicenda spinosa della memoria di Clara Marchetto – spia o eroina – si sono impantanati nel solito gioco delle convenienze, arte nella quale sanno spesso eccellere. Dopo aver soppesato i vantaggi (pochi) e gli svantaggi (tantissimi) di una loro eventuale uscita da una maggioranza provinciale con venature nazionaliste e “fratelliste”, come atto di coerenza politica, gli autonomisti, ispirati dalla sempre illuminata lungimiranza del sempiterno “saltellante” e onnipresente, hanno assunto la storica decisione di non decidere. Bravi. Così si fa. Altro che quel decisionismo fascisteggiante di qualcuno/a. Meglio “manzonianamente” sopire e troncare, troncare e sopire, secondo la lezione del noto romanziere valdostano Manzotin.
E così, con la consapevolezza delle decisioni irrevocabili che scolpiscono il destino della patria, gli autonomisti – o il poco e sbrindellato che ne rimane – hanno scelto di… chiedere il permesso alle aquile di piazza Dante, per assumere più avanti una decisione nel segno dell’autonomia, dei suoi valori e della memoria di Bice Valori che assomiglia un po’ a Clara Marchetto ed è meno impegnativa e divisiva. Così almeno il giovine assessore all’autonomia non perderà autonomia e soprattutto la poltrona, “ch’è ‘si cara come sa chi per lei vita rifiuta!”.
©ilgolemdapraga
Al Golem ha dovù strenzerghe la man anca el Potachin da Càden che no l’è sta bon de tàser e de meter en rimèle la so sodisfazion per la pensàda dei difensori dela nossa autonomia.
Ma sì che i è bravi
en tempi sì “gravi”
a far finta de gnent
girando per Trent
a dir sempre de sì
quei del Pipititì.
Che en autonomia
i ha dit: no nen via
da questa caréga.
Che noi no i ne frega.
La spuzza o la sbrèga
a noi la ne ‘ntriga.
Cossa èlo sta storia?
Aven pers la memoria
de quela poréta
de quela “tosàta”
finida en galéra
al temp dela guèra,
al temp dei fascisti…
Ne sente mai visti?
Sarà ben pur vera
che l’è ‘na eroina…
Ma fuss stà farina
de la stéla alpina
sbregàven la spina
e fèven ‘na mina.
Ma la era tesina
de fede asarina.
Ti lassa che i diga…
I se toga la briga
quei for dala Giunta
de farghe la ponta,
a méter ‘na taglia
su quela “d’Italia”,
a dir “fora dai pei”…
Ma noi non sen quei.
Per come sen messi
no sen saltafossi.
A noi la poltrona
e ai altri: “Ne en mona”.
©elpotachìndacàden

