Sono nati in Italia, ma hanno radici nordafricane e, come scrive l’ANSA, “vengono nel capoluogo a compiere piccoli reati, soprattutto rapine ai danni di coetanei. Hanno il tipico profilo dei cosiddetti ‘maranza’ i tre presunti aggressori del rabbino insultato e poi picchiato con un calcio a Milano”. Uno è stato arrestato, due sono stati denunciati anche per “odio razziale”.
Nel cuore di Milano, un rabbino viene insultato, aggredito e picchiato, senza motivo, a una fermata dei mezzi pubblici. A parte qualche sdegno interessato o di circostanza, tutto tace. Pochi giornali riportano la notizia. Qualche veloce secondo passa nei radiogiornali. Nessuna marcia, protesta o bandiera viene organizzata da una solidarietà a solerzia unidirezionale.
Il silenzio indifferente sembra il medesimo di quello del 1938, che ancora rimane come cappa omertosa su questo Paese.
Abbiamo visto manifestazioni di antinazismo locale e abbiamo ascoltato dotti commenti sul voto tedesco, senza comprendere che queste forme cancerose del nostro tempo si annidano proprio dentro l’antisemitismo. Certa vicinanza di destra alla vittima, non si sa quanto “pelosa”; la condanna severa di chi al contempo gioisce per l’AfD in Sassonia-Anhalt dove non si fa mistero dell’odio antiebraico e il flebile commento stereotipato di coloro che, più o meno consapevolmente, alimentano da sinistra l’antisemitismo nel suo ostinato non distinguere l’ebreo da certe politiche di Israele, sono i segnali di una società che, ancora una volta, sembra comunque volgere altrove lo sguardo.
Nel disinteresse generale, i paladini della difesa delle diversità spariscono quando di mezzo c’è l’ebreo che incarna, comunque e chiunque egli sia, il male oscuro anche di queste epoche incerte e spaventate. E così, in talune narrazioni attuali, l’antisemitismo si sta trasformando in fede e, come tale, non accetta alcuna critica, non tollera il dubbio e si erge a giudice unico e inappellabile. La realtà viene così sostituita da una sua interpretazione dogmatica, ideale e intoccabile. L’odio antiebraico diventa simbolo di appartenenza alla “parte giusta della storia”, quella dove abitano i puri e gli onniscienti, mentre il fervore antiebraico e antisemita, liquida il sionismo come un’anacronistica reliquia nazionalista, in antitesi al progresso della modernità post-colonialista. La Shoah diventa una “conclusione nazionalistica che pone l’ebreo sempre sulla riva sbagliata della storia. Nel frattempo, per paura di essere accusata di “islamofobia” o di “neocolonialismo”, una parte della sinistra europea sembra tollerare tutto con il suo silenzio, in nome di un pacifismo che, così agendo, si rivela identico a ciò che vuole combattere.
E’ in questo clima, che l’antisemitismo si cristallizza, ritrasferendo nel linguaggio comune pregiudizi che datano millenni, come il potere ebraico, il denaro, l’ostilità religiosa, il tradimento e la dominazione e mobilitando, su di essi, le masse verso contrapposizioni manichee che scrivono un’altra grammatica dell’odio, incapace di distinguere fra Stato, società e individuo.
Il pestaggio del rabbino a Milano è solo l’ennesimo esempio di tutto ciò, così come lo è quel mutismo che diventa corresponsabilità e ricorda altre stagioni passate, mentre il vascello della civile convivenza si dirige a vele spiegate verso le secche dell’intolleranza, per arenarsi sulle spiagge dell’odio che impedisce ritorno alcuno al largo.
Renzo Fracalossi

