Tra il 1940 e il 1945, nel sottosuolo della città di Trento e Rovereto furono realizzati 257 rifugi (a Trento: 52 casalinghi, 97 collettivi e 25 pubblici) per consentire alla popolazione rimasta in città di ripararsi dai bombardamenti aerei. In particolare, si cercò di correre ai ripari dopo il devastante bombardamento del 2 settembre 1943. Nel 2018, il dipartimento di Ingegneria civile dell’Università di Trento (Michela Dalprà, Anna Maragno, Giovanna Massari) ha avviato una ricerca i cui risultati sono stati pubblicati negli Annali del Museo Storico Italiano della Guerra (n. 27/2019). Tra i rifugi in roccia realizzati in quegli anni, alla Busa (sotto il convento dei frati francescani) talvolta si può visitare il bunker realizzato nell’autunno del 1943 per dare riparo a più di mille persone. Si estende per circa 100 metri e ha una superficie di oltre 1200 metri quadrati. Era dotato di 4 accessi, tre dei quali sono murati.

Non so quanti abbiano mai avuto l’opportunità di poter visitare un rifugio antiaereo della seconda guerra mondiale. A Trento ne esiste più di uno, ma solamente quello situato sotto il rilievo roccioso di piazza Venezia e con accesso da via Grazioli, ha i necessari requisiti per poter essere visitato. Nell’ambito del progetto del Comune, “Palazzi aperti” e volto alla conoscenza di siti e luoghi meno noti della città, sabato 5 settembre 2026 si è tenuta una visita guidata al sito storico, resa più preziosa, al di là delle informazioni storiche di massima, dalla rappresentazione di un racconto teatrale titolato “Il Buio”, scritto, diretto e interpretato da Federica Chiusole, con la preziosa collaborazione di Stefano Pietro Detassis e di Gabriele Mattè.
Entrando, ci si trova davanti all’ingresso di una galleria buia. Varcata la soglia ci accoglie l’oscurità della storia, mentre si mescola al pubblico un reduce dall’inferno bianco della Russia. È un anonimo alpino, uscito miracolosamente dalla sacca di Nikolajewka e destinato al servizio di protezione antiaerea. Non un uomo che racconta e descrive. Solo la nevrosi di un fascio di dolore, silenzi e tensioni che narrano, evitando ogni caduta retorica, l’inenarrabile della ritirata dentro il candore accecante della steppa innevata, che riesce a restituire al pubblico gli attimi della morte.
È la voce, la gestualità nervosa ma naturale e la partecipazione intensa di Gabriele Mattè che riportano in vita quel reduce. Egli riassume in sé i vinti della storia e le vittime. Lui sa cos’è la guerra e conosce anche la guascona indifferenza di quei trentini che credono impossibile il bombardamento della loro città. Eppure, è proprio quella fiducia cieca e sciocca che ne porta molti verso l’eternità, dove anche il nostro alpino attende di andare, non senza scusarsi con i compagni abbandonati nell’eterna neve russa.
Dentro, nel buio ventre della galleria, scavata per salvare dalle 3.000 alle 5.000 persone, ma anche lontana dal centro della città e quindi difficile da raggiungere nei pochi attimi che corrono fra il suono delle sirene d’avvistamento dei bombardieri alleati e la caduta dei primi “blockbuster” americani. 2 settembre 1943: 200 morti e 13 maggio 1944: 127 morti.
Sono queste le date principali del dramma di Trento che una madre racconta, nella semioscurità umida del rifugio, stringendo al petto il frutto di un amore interrotto per sempre dalla guerra. E le parole di questa giovane vedova scavano dentro le memorie di molti; i ricordi dei nostri vecchi; il sapore della paura raccontata e oggi condivisa da altre madri, da altri rifugi, da altro orrore in Ucraina come in Medio Oriente. Federica Chiusole è una attrice di razza. Non c’è nel suo racconto di lacrime alcuna lacrima e la sua è una recitazione pulita, onesta, chiara e credibile perché sentita nel profondo dell’anima, anche quando mescola dialetto, la lingua popolare del tempo e una lingua italiana che non è affettazione, retorica, mestiere, ma partecipazione intensa e vera e perciò commovente.
Il Trentino è terra di una fede ghibellina, di un credere non bigotto ma profondamente sentito e condiviso. È questa la lezione dell’indimenticabile mons. Iginio Rogger, una lezione che Stefano Pietro Detassis trasferisce magistralmente nelle francescane parole di un frate che, dentro le viscere della roccia, prova a proteggere la speranza in un domani migliore. È il messaggio di una fiducia nell’uomo che non smette mai, nemmeno davanti al massacro indiscriminato che piove dall’alto. Stefano è uomo di teatro, nel senso più autentico, perché regala sempre allo spettatore l’impressione di essere realmente il personaggio che interpreta, di averlo introitato e di farne oggetto di quell’immedesimazione, che rende fascinoso il teatro, possedendo come un demone, il pubblico e trascinandolo dentro la storia, qualunque essa sia. Un lavoro che dimostra come la preparazione, la competenza e l’impegno pagano. Sempre.
Il ripudio consapevole dell’atteggiamento condiscendente di chi ritiene d’essere “l’attore” per antonomasia; della ricerca esasperata dell’effetto, comico o drammatico che sia poco importa; del rifiuto del facile approccio cabarettistico o di certa amatorialità compiacente e di bassa lega, emerge da questi attori, che quindi meritano considerazione, stimolo e sostegno ben maggiore di quello fin qui ricevuto, forse più fuori casa che in casa. Vince insomma il teatro ed anche il Comune di Trento, che crede nella coltivazione della Memoria necessaria, interpretata da autentiche passioni per il teatro, che rivendicano una attenzione concreta. Spiace solo per chi questo “Buio” non l’ha visto, perdendosi anche la visita ad un sito che parla ancora di noi e del nostro passato che, talora, si fa presente.

