Un mese dalla morte. Mentre gran parte del clero diocesano sembra aver rimosso la figura di don Lino Zatelli, tragicamente scomparso la notte del 12 agosto scorso, la comunità (allargata) di San Carlo, alla Clarina, ha voluto caparbiamente rievocarne la figura e l’opera nel trigesimo della scomparsa. Lo ha fatto dopo la messa del sabato sera concelebrata da sei preti, la maggior parte parroci della città. Con la fotografia di don Zatelli, una delle immagini colte in uno dei numerosi viaggi che don Lino ha condotto e guidato: dalla Terra Santa all’estremo oriente. Per offrire alla propria comunità punti di vista e sguardi diversi dallo stretto orizzonte delle sagrestie. E dunque, finita la messa e smorzati i toni, la celebrazione più vera, più sentita, più raccolta e commossa, nell’aula della chiesa di San Carlo. Senza preti, gestita soltanto dai laici di una comunità che, negli anni di don Lino-parroco, è cresciuta e si è dilatata fino a superare i confini della città. Fatta di persone curiose, affamate di Parola ma non di frasi fatte, di orazioni standardizzate, di invocazioni al ciclostile.
Intervallati dal canto di Katarzyna, una soprano polacca che assieme al marito, Andrea Fuoli, organista, ha accompagnato spesso le messe di don Lino Zatelli, gli interventi dei rappresentati i vari gruppi parrocchiali. A cominciare da Carmencita Defrancesco che, rivolta allo scomparso, ha letto una lunga lettera con la quale ha ripercorso le tappe di una presenza lunga 25 anni, dell’impegno verso tutti, soprattutto i più emarginati; di una chiesa dalle porte spalancate a credenti e non credenti.
“Pian piano, da parrocchia siamo diventati una comunità aperta”, ha detto la signora che ha ricordato la pratica delle confessioni comunitarie, avviata molto prima che nel resto della diocesi, tanto “che avevano fatto discutere mezzo Trentino”. “Nelle messe (don Lino) andavi oltre la consuetudine liturgica, al solo scopo di sollecitare una vera partecipazione”.
Ha rammentato il funerale di Chiara Darugna, una studentessa morta in poche ore. Fece scalpore l’invito di don Lino ai suoi compagni di scuola, praticanti e non: “Se volete incontrarla ancora fate la comunione per lei e con lei”.
Ha detto ancora Carmencita: “Sei stato un prete, uomo vero, con i tuoi difetti come noi. Ci hai dato fiducia. A me, unica laica, in questi anni hai permesso di commentare il Vangelo dall’ambone”. Ed ha concluso: “Perdonaci, don, se non abbiamo capito quanto avevi bisogno della mano di ciascuno di noi”.
Il dott. Andrea Scardigli, il medico che è stato tra i più vicini allo scomparso non è riuscito a trattenere le lacrime. “Tu eri bellezza, don. La nostra chiesa e le nostre celebrazioni erano bellezza, non solo per una comunità coesa di amici, ma soprattutto per i contenuti che scaldavano il cuore e mitigavano le arsure della vita. Che fatica, don, continuare in questo ruolo che ti era diventato opprimente come un macigno e che, alla fine, ha vinto la tua resistenza. E noi, per questo, siamo un po’ arrabbiati con te, don. Perché non hai voluto condividere con noi l’arido deserto che ti stava prosciugando. Ma ti abbiamo già perdonato, don, come alla fine ti abbiamo perdonato sempre perché ti abbiamo voluto bene”.
La catechista, Vittoria Reyes, ha parlato di “smarrimento. Un vuoto che facciamo fatica a comprendere e ad accettare. Siamo disorientati, con tanti pensieri e domande senza risposta.” Ha ricordato che, quando qualcuno della comunità veniva a mancare, don Lino, guardando i banchi, diceva che ci si accorgeva subito della sua assenza. Oggi, quel posto vuoto è il suo. Una persona che per noi, dai più piccoli ai più anziani, significava famiglia, sicurezza, inclusione, speranza e fiducia”.
Il prof. Gianfranco Postal: “Porteremo sempre nel cuore questa esperienza nel consiglio pastorale, l’intenso e costruttivo confronto con don Lino, sempre unendo il pensiero, la parola, l’affetto e l’amore fra noi e le altre realtà parrocchiali. Nell’approfondimento del Vangelo, anche con don Marcello Farina e con tanti altri rappresentanti di altre confessioni religiose. A volte anche con il Vescovo, impegnandoci con le nostre capacità a dare un contributo vero, non rituale”.
E mentre nella notte le centinaia di persone che hanno partecipato alla rievocazione sciamano verso la città e la periferia, rimbalzano le parole di Vittoria Reyes: “La nostra mente è colma di paure, dubbi, circa quello che verrà. Proprio nei momenti più bui quando le domande si accavallano e le risposte tardano a venire abbiamo bisogno gli uni degli altri. Forse, l’unica cosa da fare è stare insieme, continuare a essere quella comunità che don Lino ha creato, accompagnato e amato. E essere comunità significa anche avere il coraggio di condividere il dolore, di non nascondere la fatica, di guardarci e riconoscerci ancora.”
Fuori dalla chiesa, a ciascuno è stato dato un segnalibro con una frase di don Lino Zatelli: “Non parlate di morti ma di defunti, perché al cimitero non c’è nessuno. Chi amiamo vive per sempre nel nostro cuore”. Finché ne perdura il ricordo.

