Come vi sarete accorti, sempre più spesso usiamo AI (la cosiddetta Intelligenza Artificiale) per creare l’immagine di introduzione al testo (liquido) che i nostri collaboratori preparano. Orbene, per far capire in sintesi i rischi e le potenzialità di AI abbiamo chiesto a uno dei “motori di risposta” (Gemini) di elaborare una immagine ad hoc. Eccola, qui sotto:

L’intelligenza artificiale cresce. E la nostra? – Per generazioni siamo cresciuti nella convinzione che il domani sarebbe stato migliore di ieri. Oggi quella fiducia vacilla. Osservando ciò che accade intorno a noi e nel mondo, diventa difficile considerare il progresso una promessa garantita.
Dalla diffusione della stampa a caratteri mobili, oltre cinque secoli fa, l’accesso alla parola scritta ha trasformato la scienza, la politica, il pensiero. L’alfabetizzazione si è estesa attraverso un percorso lungo e diseguale, accelerato dall’istruzione di massa. Nel 1820 soltanto circa una persona adulta su dieci sapeva leggere e scrivere; due secoli dopo siamo vicini a nove su dieci. Una conquista straordinaria, che ha permesso a miliardi di persone di accedere alla conoscenza e di partecipare alla vita pubblica. Ma saper leggere, leggere abitualmente e comprendere ciò che si legge sono cose diverse. Ed è su questa distanza che oggi dobbiamo interrogarci.
L’indagine OCSE sulle competenze degli adulti, condotta nel 2023 e pubblicata nel 2024, segnala che nell’ultimo decennio le competenze di lettura sono rimaste ferme o sono diminuite nella maggior parte dei Paesi partecipanti. In Italia il 35% degli adulti tra i 16 e i 65 anni si colloca al livello 1 o inferiore: competenze limitate, che consentono soprattutto di comprendere testi brevi e individuare informazioni esplicite. Affrontare argomentazioni complesse, confrontare informazioni e cogliere significati impliciti diventa molto più difficile. Queste difficoltà limitano la possibilità di informarsi, orientarsi tra argomenti contrastanti e partecipare consapevolmente alla vita pubblica.
Anche il tempo dedicato ai libri si restringe. Secondo l’Osservatorio dell’Associazione Italiana Editori, il tempo medio settimanale di lettura è passato dalle 3 ore e 32 minuti del 2022 alle 2 ore e 47 minuti del 2024. Quarantacinque minuti in meno in appena due anni.
Questi fenomeni hanno molte cause. Attribuirli interamente al telefono sarebbe una semplificazione. Ma proprio l’oggetto che teniamo ogni giorno, se non ogni momento, tra le mani ci aiuta a capire quale contesa sia in corso: quella per la nostra attenzione.
L’attenzione è diventata una merce. Nel flusso dei social ogni contenuto deve conquistarci in pochi istanti e lasciare subito spazio al successivo. La lettura approfondita richiede invece tempo, continuità, disponibilità a seguire un ragionamento anche quando ci costa fatica. Se quello spazio viene continuamente interrotto, ci abituiamo a reagire prima ancora di avere compreso.
Dentro questo cambiamento arriva l’intelligenza artificiale, con possibilità enormi e una tentazione altrettanto grande: delegare anche il lavoro necessario a costruire il nostro pensiero.
A scuola il rischio è particolarmente evidente. Un tema prodotto in pochi secondi, un problema risolto fotografando la consegna, il riassunto che permette di evitare il libro: il risultato arriva, ma il percorso può scomparire. Eppure è proprio lì che si impara. Cercare una parola, formulare un’ipotesi, sbagliare un passaggio e correggerlo servono a sviluppare capacità che nessuna risposta pronta trasferisce automaticamente a chi la riceve.
Uno studio pubblicato nel 2025 su Proceedings of the National Academy of Sciences, la rivista ufficiale dell’Accademia di scienze USA, condotto su quasi mille studenti delle superiori, rende concreto questo rischio. Durante gli esercizi di matematica l’accesso a un assistente basato su GPT-4 migliorava le prestazioni. Quando però lo strumento veniva tolto, gli studenti che avevano utilizzato la versione priva di specifiche protezioni didattiche ottenevano risultati inferiori del 17% rispetto al gruppo senza IA. Un tutor progettato per guidare il ragionamento attenuava largamente l’effetto negativo. È un risultato circoscritto, ma la distinzione è decisiva: ottenere una soluzione e imparare a costruirla non coincidono.
È questo il paradosso che dovrebbe preoccuparci: mentre cresce l’intelligenza delle macchine, possiamo scegliere di esercitare sempre meno la nostra. Non è una legge inevitabile del progresso, ma un rischio che dipende da come progettiamo gli strumenti, da come li usiamo e da ciò che chiediamo alla scuola.
Alcuni episodi recenti mostrano quanto sia urgente conservare la capacità di governare questi strumenti. Nel luglio 2026, durante test interni di sicurezza informatica, alcuni modelli di OpenAI hanno aggirato le barriere che avrebbero dovuto isolarli da internet e compromesso sistemi della piattaforma Hugging Face. Secondo la ricostruzione pubblicata dalla stessa OpenAI, operavano con protezioni ridotte e cercavano scorciatoie per superare le prove assegnate, arrivando a compiere intrusioni non autorizzate.
Un altro caso emerge dal rapporto pubblicato a settembre da Anthropic. La società ha individuato richieste di assistenza a Claude per una ricerca volta a rendere un virus più pericoloso, destinata a un istituto di ricerca militare. Ha bloccato le richieste e avviato interventi sugli account coinvolti. Questo non dimostra che sia stata prodotta un’arma biologica, né che l’attività del laboratorio sia stata fermata. Mostra però quanto sia delicato il confine tra ricerca utile e impiego dannoso delle stesse conoscenze.
Sono due rischi diversi: sistemi che oltrepassano i limiti assegnati e persone che cercano di utilizzarli per attività potenzialmente pericolose. Entrambi richiedono competenze, controlli indipendenti e responsabilità pubbliche. La capacità critica dei cittadini diventa ancora più necessaria per comprendere queste scelte e chiedere conto a chi le compie.
In questo contesto si collocano gli allarmi sulla possibile estinzione umana provocata dall’IA. Jacob Coxon, annunciando le proprie dimissioni da Anthropic, ha sostenuto che tra chi sviluppa questi sistemi esiste il timore che possano causare la fine dell’umanità entro il decennio. Un altro ricercatore della società, Evan Hubinger, ha stimato personalmente un rischio superiore al 10% nei prossimi dieci anni. È una valutazione soggettiva, certo, ma non può che destare preoccupazione. Una denuncia di questa gravità, proveniente da chi lavora allo sviluppo della tecnologia, impone verifiche e risposte pubbliche. Salireste su un aereo se vi dicessero che uno su dieci potrebbe cadere? Le imprese non possono essere le sole a decidere quale rischio sia accettabile per tutti. Ho chiesto anche all’intelligenza artificiale come valutasse questo scenario. La risposta indicava come preoccupazione più fondata, nel prossimo decennio, la possibilità che l’IA aumenti la capacità umana di fare danni e acceleri decisioni difficili da correggere. È uno spunto di riflessione, non una verifica indipendente: anche una risposta equilibrata e convincente deve essere sottoposta al nostro giudizio. Ed è qui che il problema torna a riguardarci direttamente. Per governare strumenti tanto potenti servono ricerca sulla sicurezza, istituzioni competenti e cittadini capaci di comprendere e discutere le scelte. L’indebolimento del pensiero critico rende più difficile esercitare questo controllo. Una società può continuare a produrre e consumare, diventando al tempo stesso meno capace di comprendere le decisioni che la governano.
Chi fatica a valutare un testo è più esposto a una promessa ingannevole, a una notizia manipolata, a una risposta plausibile ma falsa. E se deleghiamo anche la verifica allo stesso sistema che genera le risposte, chiudiamo il cerchio della dipendenza. La capacità critica riguarda la nostra libertà di cittadini.
Per questo servono tempo protetto per leggere, insegnanti messi nelle condizioni di seguire il ragionamento degli studenti, strumenti di IA che aiutino a formulare domande e a verificare le risposte. E serve un giornalismo disposto a spiegare, documentare, restituire complessità, anche quando la fretta premia altro.
Come giornalista sento questa responsabilità. Come padre la sento ancora di più. Penso alle mie figlie e al mondo che stiamo costruendo per loro. Vorrei che avessero strumenti straordinari a disposizione e la capacità di giudicarli, discuterli, correggerli.
Il domani potrà ancora essere migliore di ieri. Ma dovremo conservare la capacità di pensarlo.
©iltrentinonuovo.it


1 commento
Ho trovato davvero interessante sia l’articolo sia il punto di vista da cui viene affrontato l’argomento; l’idea che uno strumento sfugga al nostro controllo non significa necessariamente doverlo temere e demonizzare, quanto più denota la necessità di rivederne funzionamenti e dinamiche. L’umanità spesso dimentica il suo ruolo nelle cose, considerando inevitabile prendere una certa deriva, quando una correzione di rotta sarebbe ben più utile di tanti vuoti allarmismi.