Caro Matteo,
non ho il piacere di conoscerTi, ma comunque sono grato per il privilegio di aver letto – e condiviso – le Tue domande, i Tuoi perché, di fronte a scelte che interrogano le coscienze, ancor prima che le norme. Io sono solo un misero mostro d’’argilla e vengo da una tradizione che, purtroppo, si è spesso trovata in conflitto con una fede che, mal declinata, ha visto l’Altro come ostacolo, anziché risorsa.
Non è il caso di don Lino che, per il poco che l’ho conosciuto, non ha mai inteso la Parola come chiusura gelosa nelle proprie certezze, ma come Dubbio interrogante e come strumento di Tolleranza e Condivisione. Ho la presunzione di credere che Egli intendesse il Nuovo Testamento non separato dall’Antico, ma anzi parte integrante di un’unica e comune narrazione; di un unico e comune Libro di una unica e comune Discendenza.
Le domande che poni, caro Matteo, credo non abbiano risposta. Don Lino – e con Lui don Marcello Farina, don Dante Clauser, padre Erminio Gius e Altri – hanno cercato di porre la Parola come perno della fede e come veicolo di speranza, anche subendo tutto ciò che l’obbedienza comporta e che talora pesa più dell’immaginabile. Quando però si antepongono le regole alla Regola, il Lògos esaurisce la sua forza e rimangono solo la “legge”, i regolamenti, le disposizioni e le organizzazioni che non comprendono, ma si impongono.
Grazie per le Tue parole preziose e colme di quegli interrogativi che non risolvono, ma aiutano a proseguire il cammino. A don Lino un pensiero e l’auspicio che, finalmente, nel silenzio Egli possa ritrovare quella serenità che forse non Gli è stata compagna nei giorni del tempo nostro.
IL GOLEM

