La morte improvvida e improvvisa di don Lino Zatelli, amatissimo prete di Trento sud, ha suscitato vasto cordoglio, intensa commozione e un sofferto silenzio. Nel quale si è inserito anche l’abbaiare di qualche cane che, bisognoso di stare nel recinto di una “Chiesa delle certezze”, non ha perso occasione per ululare alla luna. Tra i mille contributi sofferti e pensosi su una scelta che solo una disperazione profonda e non percepita può forse spiegare, si segnala la straordinaria riflessione, pacata ma pesante come il granito, di Matteo Rigotti.
Alla fine è arrivato il vescovo. Nella mattinata di Ferragosto, solennità dell’Assunzione di Maria, l’arcivescovo Lauro Tisi si è recato a sorpresa nella chiesa di San Carlo per celebrare la Messa a pochi giorni dalla morte di don Lino Zatelli. E la comunicazione legata alla Diocesi ha avuto premura di far sapere quanto bene fosse stato seminato in quella comunità.
Don Lino è stato definito «uomo della Pasqua». Si è ricordato che da quell’altare erano arrivate parole di forza, luce e speranza; che molte persone avevano trovato in lui spiragli di consolazione; che il suo non giudizio e la sua capacità di accogliere ogni volto avevano lasciato un bene ormai vivo nella comunità. È stato detto perfino che dentro quella parrocchia, parole dell’arcivescovo, «sono avvenuti miracoli».
Parole fortissime. Talmente forti da rendere ancora più difficile ignorare la domanda di fondo: se San Carlo era davvero un luogo capace di generare luce, consolazione, accoglienza, ritorni alla fede e perfino «miracoli», perché riconoscere tutto questo solo dopo, nel dolore, e non prima, nelle scelte? Perché celebrare come un bene prezioso ciò che prima non è stato custodito come tale?
Nelle ultime settimane si è discusso molto del cosiddetto «valzer dei parroci»: il piano di nuovi mandati e trasferimenti annunciato dalla Diocesi di Trento per l’autunno. Una riorganizzazione presentata come necessaria davanti a una realtà fatta di meno sacerdoti, meno fedeli e comunità da ripensare. Dentro questo quadro è comparsa anche la formula dei «Fuochi Eucaristici»: non più la «mia parrocchia», non più il «mio parroco», ma comunità più ampie, capaci di ritrovarsi attorno a celebrazioni vive, partecipate, generative.
La vicenda di don Lino e di San Carlo entra qui perché quel piano di avvicendamenti non ha toccato soltanto un incarico: ha spezzato una continuità pastorale viva, ha sminuito nei fatti un lavoro riconosciuto da tanti, ha chiesto a un sacerdote di lasciare proprio il luogo in cui quel lavoro stava ancora portando frutto. Sarebbe disumano fingere che tutto questo sia solo normale amministrazione ecclesiale. È da qui che nasce la domanda più scomoda: possibile che proprio lì, dove la vita pastorale era così evidente, la Diocesi abbia visto soltanto una casella da spostare?
Con don Lino Zatelli, San Carlo non era una parrocchia chiusa nel proprio campanile. Era un luogo verso cui convergevano persone da quartieri diversi, da altre parrocchie, dal Trentino e non solo. Non per abitudine o appartenenza territoriale, ma perché lì trovavano una parola viva, una celebrazione capace di parlare alla vita, una presenza sacerdotale che non lasciava indifferenti.
Se l’obiettivo era rendere l’Eucaristia più viva e partecipata, perché intervenire proprio dove quella partecipazione già c’era? Se l’obiettivo era superare il campanile, perché non riconoscere che San Carlo aveva già superato da tempo i propri confini? Se l’obiettivo era costruire celebrazioni «generative», perché togliere proprio una presenza che generava domande, cammini, ritorni, relazioni?
Si dirà: dopo venticinque anni un avvicendamento è normale. Può essere. Nessuno contesta che un sacerdote possa essere destinato altrove. Ma la normalità di una rotazione non dimostra, da sola, la bontà di questa rotazione. Non convince nemmeno la narrazione, circolata qua e là, del trasferimento «verso le sue origini», quasi fosse un ritorno naturale e rassicurante verso casa. Don Lino non veniva riportato da una valle lontana verso la famiglia: si parlava di pochi chilometri, dentro un territorio in cui la sua vita era ormai profondamente radicata.
È una versione comoda, rassicurante, ma che non corrisponde alle motivazioni addotte dalla Curia. E non convince neppure l’idea che si trattasse semplicemente di alleggerirlo o di affidare San Carlo a una guida giovane e dedicata: il nuovo assetto non prevedeva un giovane sacerdote destinato solo a quella realtà, ma il parroco della parrocchia confinante, già impegnato in altre parrocchie.
Se la spiegazione è soltanto aritmetica – meno preti, più parrocchie per ciascuno – allora bisogna dirlo con chiarezza: non stiamo parlando di «fuochi», ma di copertura delle caselle rimaste vuote.
Se invece la spiegazione è davvero pastorale, allora il nodo è ancora più serio: la Diocesi ha annunciato i «Fuochi Eucaristici», ma nel caso di San Carlo sembra non aver riconosciuto un fuoco che era già acceso. Lo ha riconosciuto nel dolore. Sarebbe stato necessario riconoscerlo prima, nelle scelte.
E quando un fuoco è acceso, non lo si sposta con freddezza su una mappa. Lo si custodisce. Lo si alimenta.
Matteo Rigotti


1 commento
Qualcuno mi metterà coi cani che abbaiano alla luna, pazienza; ma percepisco un filo che lega le sorti di don Piero Rattin, di padre Giorgio Butterini, di don Marcello Farina e altri come don Lino che negli ultimi decenni hanno riempito le chiese. In comune c’è l’emarginazione dalle loro comunità. È ipocrita chiedersi se “la messe è molta e gli operai son pochi” perché si allontanano certi sacerdoti?