Il 25 luglio 1938 i volontari del battaglione “Hans Beimler”, appartenenti all’XI Brigata Internazionale, attraversano il fiume Ebro. Li segue il più potente esercito messo in campo fino a quel momento, dalla Repubblica. Nella notte, gli avamposti dei franchisti vengono sorpresi e sopraffatti. Prima di sera, le truppe repubblicane hanno sfondato in profondità il fronte dei reparti ribelli per oltre 40 chilometri. Solo a Gandera, i rivoltosi riescono a fermare la rotta, coadiuvati da rinforzi inviati subito dal generale Franco, bloccando finalmente un’avanzata che stava per trasformarsi in disfatta. Sul fiume Ebro si attesta quindi il fronte con una guerra di posizione e di logoramento, che dura per parecchi mesi. Nessun’altra battaglia della guerra civile è altrettanto sanguinosa e feroce e resa ancor più dura da un caldo implacabile, che sfinisce i combattenti e decompone rapidamente migliaia di cadaveri, ammorbando l’aria.
Nel frattempo, si sta preparando la Conferenza di Monaco per scongiurare un conflitto europeo che pare ormai alle porte, dopo che Hitler si è annesso la regione cecoslovacca dei Sudeti. Juan Negrin, divenuto capo del governo repubblicano, confida che la diplomazia di Francia e Gran Bretagna possa giovare ad una soluzione negoziata e di compromesso anche per la Spagna, ma si sbaglia. Posto che i golpisti esigono una resa totale e la cancellazione della Repubblica, inglesi e francesi a Monaco cedono all’arroganza hitleriana, decretando in tal modo anche un abbandono della Spagna repubblicana, che è, ovviamente, l’ultimo dei problemi sul tavolo della diplomazia internazionale. Proprio queste scelte, che fortificano Hitler nella sua convinzione di invincibilità, producono anche un irrigidimento sovietico, posto che Mosca vede nella remissione anglo-francese un possibile futuro accordo dell’intero occidente europeo contro l’Unione Sovietica. Non è vero, ma Stalin ci crede e così decide anche il progressivo disimpegno sovietico sul fronte spagnolo. È l’inizio della fine della speranza in Spagna.
Dopo quasi tre mesi di combattimenti, Franco decide di lanciare un ultimo e risolutivo assalto sul fronte dell’Ebro. Dispone di ben 11 divisioni, 175 batterie di cannoni e oltre 100 bombardieri. Davanti a tanta potenza, i repubblicani riescono comunque a resistere eroicamente. Non si tratta di retorica. Lo sforzo fatto dai lealisti spagnoli è superiore a qualsiasi immaginazione, posto che il governo repubblicano ha disposto, nel frattempo, lo scioglimento delle Brigate Internazionali, come atto di buona volontà e nell’auspicio di giungere in tal modo ad un tavolo di compromesso e di pace, peraltro del tutto impossibile politicamente, stante l’ostinazione a vincere sul campo dei ribelli.
La cerimonia di addio dei volontari stranieri si tiene a Barcellona. Il presidente Negrin porta l’infinita gratitudine della Spagna democratica alle Brigate Internazionali, mentre Dolores Ibarruri pronuncia parole che passano alla storia: “Compagni delle Brigate Internazionali, ragioni politiche, ragioni di Stato, l’interesse della stessa causa per la quel avete offerto, con generosità senza limiti, il vostro sangue, esigono che Voi partiate, alcuni diretti ai loro Paesi, altri verso un esilio oscuro. Potete partire a testa alta. Voi siete la Storia. Voi siete la leggenda. Voi siete l’esempio eroico della solidarietà e dell’universalità democratiche…”
Scene di immensa commozione popolare accompagnano questo addio collettivo. Lo scioglimento delle Brigate Internazionali, unito al nuovo assalto franchista sulla linea dell’Ebro, porta alla ritirata repubblicana in Catalogna. Il 23 dicembre un’ultima offensiva segna il destino della regione catalana e con essa della Repubblica. La fame dilaga ovunque e la popolazione è sfinita da oltre due anni e mezzo di combattimenti, mentre nelle file dei repubblicani emergono antiche e nuove fratture politiche che indeboliscono ulteriormente la resistenza militare e civile. Il 26 dicembre Barcellona cade nelle mani dei ribelli. Mezzo milione di profughi prende la strada verso la Francia. Tutto è macerie, lutto, fame e disperazione. Nel castello di Figueras, a ridosso della frontiera, Juan Negrin convoca le “Cortès”, ovvero ciò che resta del Parlamento repubblicano. Dopo un breve dibattito, viene votato un Ordine del Giorno che ratifica “il diritto della Spagna di essere autrice del proprio destino e di rimanere unita, qualsiasi cosa avvenga”. E’ l’ultimo canto della democrazia.
Il 6 febbraio 1939 la lunga e dolorosa processione dei profughi inizia ad attraversare il valico di Perthus, mentre altri gruppi di fuggitivi transitano per Port Bou. I francesi, senza motivi apparenti, aprono e chiudono la frontiera, congestionando ancor più il versante spagnolo del confine. Chi passa viene subito internato in appositi “Campi di raccolta”. La massa che fugge diventa, di ora in ora, sempre più un fiume in piena. Tutti scappano dalla vendetta franchista e passano anche gli uomini delle Brigate Internazionali i quali, varcata la frontiera, trovano ad attenderli Luigi Longo, Pietro Nenni e Andrè Marty. I volontari vengono radunati nel Campo di Argelès e l’8 febbraio anche le ultime retroguardie repubblicane passano sotto la sbarra doganale, entrando in Francia. A Port Bou, fra i profughi, un uomo cammina curvo verso il confine. Al suo fianco una donna più anziana, Si tratta di una delle più grandi voci della poesia spagnola del Novecento, Antonio Machado e sua madre. Il poeta è commosso. Soffre di una polmonite grave che, pochi giorni dopo, lo uccide nelle corsie di una nave-ospedale.
Nel pomeriggio del 9 febbraio 1939, una compagnia delle truppe legionarie di Franco raggiunge il confine. Ammaina la bandiera repubblicana e la sostituisce con quella dell’“Alzamiento”, che adesso ha vinto e che sventolerà, purtroppo, per trentasei lunghi anni, trasformando la Spagna nella più duratura dittatura fascista d’Europa. A Madrid, la “quinta colonna” franchista organizza, pochi giorni dopo, una dimostrazione di festa per la vittoria. I giovani della borghesia madrilena sfilano con le fiaccole accese e indossando la “camicia azzurra”, simbolo dei ribelli. Le truppe franchiste entrano in città, marciando. Negli anni successivi moriranno migliaia di repubblicani e di democratici, ma nessuno in Spagna mostrerà di accorgersene. La più orribile guerra civile della storia contemporanea finisce con una parata di truppe, applaudite da chi subito si accoda al vincitore e da un popolo sfinito e demoralizzato. Nei Paesi che “ospitano” i profughi della libertà, come spesso accade quando un popolo viene sconfitto dal populismo, i Campi che li accolgono sono circondati dal filo spinato.
La guerra civile spagnola, che è una guerra anzitutto ideologica, esalta la disumanizzazione dell’Altro e si sviluppa in un ambito di assoluta – e spesso gratuita – violenza, che poco ha a che vedere con un normale conflitto.
Il numero delle vittime totali è pari a circa 600.000 morti, ai quali si deve aggiungere lo sconosciuto numero delle vittime della repressione della dittatura. Alla loro memoria va questo modesto ricordo.
(5 – fine / le precedenti puntate sono state rese pubbliche il 16, 25 luglio, 3 e 7 agosto 2026)

