Come noto, in Spagna l’Illuminismo non riesce a penetrare e radicarsi nel tessuto sociale ed intellettuale, grazie ad una inossidabile intesa fra Stato e Chiesa che consente di indicare nella Spagna l’ultima tutrice degli “eterni valori cristiani”, l’ultima culla della tradizione cattolica e l’ultimo baluardo contro la secolarizzazione di quella Chiesa istituzionale che, nella prima parte del Novecento, è ancora imperante. Proprio quell’unità fra Chiesa e Stato provoca l’abbandono del “cuore” del messaggio evangelico che è rappresentato dalla speranza di redenzione degli ultimi, dei poveri, dei diseredati, come già furono i lebbrosi e gli ebrei nel medioevo. Il povero che pone domande di equità e giustizia sociale diventa, in breve, il portatore dei germi della dissoluzione della Chiesa e con essa quindi anche dello Stato, perché nelle sue domande si annida lo “spirito” del marxismo ateo ed egualitario, nemico giurato del cristiano.
Fin dal 1876 poi, il monopolio dell’istruzione – e quindi anche della cultura – è saldamente in mano alla Chiesa, che può così forgiare, non solo la sua verità, ma anche i processi di evoluzione delle classi sociali. E’ in tale contesto che, nel 1927, prende forma il “catechismo di Ripalda”, ovvero una elaborazione del comportamento del credente in politica, secondo la quale il cristianesimo non deve farsi corrompere dal liberalismo, né il cristiano può votare per forze che ad esso si ispirano, senza cadere nel peccato mortale. Va da sé che, se questo è l’approccio al liberalismo, le teorie socialiste e marxiste incutono un terrore totale nel credente e segnano l’avvento dell’Armageddon, quello scontro finale fra il bene e il male che è il nodo centrale dell’Apocalisse.
L’avvento della Repubblica sembra proprio, agli occhi dei cattolici tradizionalisti, l’annuncio apocalittico della fine di tutto e perciò spaventa e terrorizza la Chiesa istituzionale, al punto che, ad esempio, il vescovo di Salamanca nell’ottobre del ‘36, parlando della guerra civile in corso, afferma: “Reviste si, la forma externa de una guerra civil, pero en realidad es una Cruzada. Fue una sublevacion, pero no para perturbar, sino para establecer el orden!”
La gerarchia ecclesiastica, in larga parte, mette in dubbio fin dall’inizio la legittimità della Repubblica, paventando il rischio che quest’ultima possa scalfire, in qualche modo, il ruolo fin qui svolto dalla Chiesa in Spagna. Su queste premesse, è evidente che lo scontro diventa subito ideologico: da un lato il modernismo con il suo portato di ateismo e marxismo che distruggono il precostituito e dall’altro l’immobile tradizione secolare che nella Chiesa trova giustificazione e difesa, collocando naturalmente questa dentro l’alveo ideologico dell’estrema destra e quindi del golpismo che va maturando in essa.
I precedenti spiegano molto. Nell’autunno del 1931, le “Cortes Constituyentes” approvano la Costituzione della Repubblica, che all’art. 26 recita: “La Iglesia debe permanecer separada del Estado, si bien con una identitad de derecho pèublico”.
È una disposizione che assegna alla Chiesa la medesima sorte riservata ai grandi latifondisti, costretti a subire l’esproprio di una parte dei beni fondiari posseduti, al fine di costruire un patrimonio immobiliare pubblico e idoneo a sostenere una radicale riforma agraria, attesa da troppo tempo. L’11 maggio del 1931, alcuni conventi vengono dati alle fiamme, in una improvvisa esplosione di odio e violenza anticlericale. Mentre il Presidente della Repubblica Azana afferma che: “Tutti i conventi di Madrid, non valgono la vita di un repubblicano”, la polemica infuria a livello politico e tutte le forze conservatrici si mobilitano in difesa della Chiesa.
È in questo momento che il cardinale Segura avvia contatti con le opposizioni di destra ed estrema destra, mentre il Nunzio Apostolico a Madrid, mons. Tedeschini, riesce faticosamente a negoziare un nuovo accordo fra Stato e Chiesa. Proprio in quelle settimane iniziano le supposte apparizioni della Vergine e le profezie di una monaca che indica già i nodi e le criticità del futuro. La tensione è tale che porta ad un ulteriore ampliamento della frattura in atto fra progressisti e conservatori, fino a giungere alla creazione della C.E.D.A., ovvero di una coalizione fra le diverse formazioni di destra e del cattolicesimo in politica, come “Acciòn popular” e la “Derecha Valenciana”, che ottiene un notevole successo nelle elezioni politiche del 1934.
In avvio dell’“Alzamiento”, nel luglio del ‘36, il generale Mola, uno dei leader della rivolta militare, proclama il carattere sacro della ribellione, trovando in ciò la condivisione piena dell”Acciòn catolica” e di altri gruppi di fedeli conservatori. Ciò non significa che non vi siano, anche nell’ambito della Chiesa spagnola, voci di dissenso. La parte più aperta al dialogo e più progressista della vasta galassia cattolica, guidata dal vescovo mons. Mujica, si dimostra ben consapevole dei rischi che corre il cattolicesimo, nel caso di una guerra civile, come quella che sta per scoppiare, ma non serve a nulla. Ormai gli schieramenti opposti si fronteggiano, ognuno convinto delle proprie buone ragioni ma indisponibile a fare un passo verso l’altro,
Alla fine del ‘36, il cardinale Gomà negozia, da Roma, il riconoscimento diplomatico dell’azione eversiva e golpista, affermando come la stessa sia, in realtà, una “guerra santa”, contro il nemico comunista e ateo che vuole distruggere la Chiesa. Il 19 marzo 1937, l’enciclica papale “Divinis Redemptoris”, con riferimento alla guerra civile in corso, reitera la condanna del “furor comunistas”, scavando in tal modo un ulteriore solco fra la Chiesa spagnola e la Repubblica democratica e legittima, solco reso ancor più profondo dall’atto di riconoscimento formale e diplomatico della Chiesa nei riguardi della Giunta militare golpista, quale legittimo governo, per quanto provvisorio, della Spagna.
Con la guerra la violenza anticlericale e antireligiosa si abbatte su conventi, monasteri, chiese e sui religiosi di ogni tipo, età e sesso. Si susseguono eccessi orrendi e spaventosi da entrambe le parti, in un crescendo di odio reciproco che porta il cardinale Gomà, durante il Congresso Eucaristico Mondiale, a dire pubblicamente che “la guerra non può finire con un compromesso o una riconciliazione (…) Non è possibile altra pacificazione che quella delle armi!”
Sono espressioni così radicali che non ammettono replica. In questo clima di feroce contrapposizione, il governo madrileno cerca di porre un freno agli estremismi e alle violenze, ma il bilancio provvisorio parla comunque di eccessi che si scaricano anzitutto contro la Chiesa istituzionale, con centinaia di luoghi di culto violati perché ritenuti simboli della borghesia; con l’uccisione di circa 5.000 religiosi e 300 religiose e con massacri e profanazioni che lasciano ferite profonde e incancellabili.
Molti preti, frati e monache trovano rifugio presso le Ambasciate e i Consolati stranieri e, in particolar modo, quelli dei Paesi sudamericani, alimentando così il fuoco dell’odio verso tutto ciò che è, anche vagamente, di sinistra, mentre quel che rimane a destra è frutto comunque della misericordia di Dio, anche quando uccide il poeta Federico Garcia Lorca, colpevole di coltivare la speranza nel futuro. Quel fuoco arde per decenni e si spegne lentamente solo con la caduta “naturale” del franchismo, pur lasciando qualche strascico fino ai giorni nostri, attraverso movimenti di estrema destra, come “Vox”. La guerra civile spagnola è anche quindi l’ultima grande guerra di religione in Europa, l’ultimo retaggio dei roghi inquisitoriali e dei loro effetti sulla storia.
(4 – continua – Le precedenti puntate 16, 25 luglio, 3 agosto 2026)
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