Da anni ci raccontano che l’Europa è vecchia, immobile, burocratica, condannata all’irrilevanza. Un continente trasformato in museo, incapace di innovare, schiacciato tra la potenza tecnologica degli Stati Uniti e la capacità industriale della Cina. È una narrazione ripetuta così spesso da essere diventata quasi senso comune. Ma è anche una narrazione tossica, alimentata da chi ha interesse a indebolire l’Unione europea e, soprattutto, a convincere gli europei di non avere più un futuro comune. In Italia, e anche in Trentino, sono in molti ad abbracciare questa visione.
I dati restituiscono una realtà diversa. Con oltre 450 milioni di consumatori e un’economia che sfiora i 19 mila miliardi di euro, l’Unione rimane uno dei tre grandi poli economici mondiali. Non possiede i colossi digitali americani e sconta ritardi nell’innovazione, nell’energia e nell’integrazione dei mercati finanziari. Ma conserva una formidabile capacità industriale, scientifica, commerciale e normativa. E, soprattutto, garantisce livelli di sicurezza sociale, tutela del lavoro, salute, istruzione e qualità della vita che non possono essere cancellati dalle classifiche costruite misurando soltanto il prodotto interno lordo.
Paul Krugman ha recentemente sottoposto a critica proprio il luogo comune del declino europeo. Il premio Nobel non nega i problemi del continente, né il suo ritardo in alcuni settori tecnologici. Contesta però il modo in cui vengono utilizzate le statistiche per descrivere un’Europa destinata alla povertà. Considerando il prodotto per abitante, la produttività per ora lavorata, la distribuzione della ricchezza, la sicurezza economica, il tempo libero e l’aspettativa di vita, il divario con gli Stati Uniti appare molto meno netto di quanto racconti la propaganda del declino. Secondo Krugman, alcuni confronti mostrano che negli ultimi venticinque anni la distanza nella produttività relativa non si è ampliata e, in determinate misurazioni, si è persino ridotta.
Questo non significa che possiamo accontentarci. L’Europa ha bisogno di investimenti, di una politica industriale comune, di maggiore autonomia energetica e tecnologica, di una difesa integrata e di istituzioni capaci di decidere più rapidamente. Ma un conto è riconoscere i nostri limiti per superarli, un altro è accettare la caricatura di un continente moribondo. Perché chi si considera sconfitto prima ancora di combattere finisce inevitabilmente per consegnare ad altri il proprio destino.
L’Europa ha inoltre una risorsa che né gli Stati Uniti né la Cina possono facilmente replicare: una storia fatta di relazioni profonde con l’Africa, il Mediterraneo e l’America Latina. Relazioni spesso dolorose, segnate anche dal colonialismo, dallo sfruttamento e da responsabilità che non dobbiamo rimuovere. Proprio questa memoria, però, può permetterci di costruire un dialogo diverso con i mondi emergenti. Una cooperazione fondata su investimenti, formazione, infrastrutture, scambi culturali e rispetto reciproco. L’Europa può essere il ponte tra Nord e Sud del mondo, purché rinunci alla presunzione di impartire lezioni e impari ad ascoltare.
È anche per questa ragione che oggi subiamo pressioni crescenti. Gli Stati Uniti di Donald Trump alternano proclami risolutivi, minacce commerciali e improvvisi cambiamenti di posizione, mentre i principali conflitti restano aperti. In Ucraina la Russia continua a perseguire militarmente i propri obiettivi; a Gaza gli annunci di svolte diplomatiche non hanno ancora superato le profonde divergenze tra le parti. Washington resta un alleato decisivo, ma non può più essere considerata il garante automatico e disinteressato della sicurezza europea.
A est, la Russia lavora apertamente per dividerci. Non soltanto attraverso la guerra contro l’Ucraina, ma mediante disinformazione, sabotaggi, attacchi informatici, interferenze politiche e campagne destinate a minare la fiducia nelle istituzioni democratiche. Sono minacce che il Consiglio dell’Unione europea riconduce a una strategia coordinata e di lungo periodo contro la sicurezza e le fondamenta democratiche dei Paesi europei.
Anche l’immigrazione è diventata uno strumento della competizione geopolitica. Lo abbiamo visto al confine tra Bielorussia e Unione europea e, con caratteristiche diverse, lo abbiamo visto a Ceuta. Decine di migliaia di persone, spinte dalla povertà, dalla disperazione e anche da informazioni false diffuse attraverso i social network, si sono riversate verso l’enclave spagnola, provocando decine di morti, disordine e nuove tensioni tra i governi europei. L’eventuale responsabilità diretta del Marocco dovrà essere accertata, ma il meccanismo politico è evidente: i migranti possono essere trasformati in una leva per mettere sotto pressione una frontiera e dividere l’opinione pubblica. Già nel 2021 il Parlamento europeo aveva denunciato l’utilizzo del controllo delle frontiere e delle persone migranti, compresi molti minori, come strumento di pressione politica su Ceuta.
Si è parlato di “proiettili umani”. Ma occorre comprendere bene il significato di questa espressione: i migranti non sono proiettili. Sono esseri umani che qualcuno tenta cinicamente di usare come tali.
Per questo l’immigrazione deve essere governata con fermezza e razionalità, non con la paura. Servono frontiere controllate, vie legali di ingresso, accordi affidabili con i Paesi di origine e di transito, procedure rapide per l’asilo e per i rimpatri, una distribuzione europea delle responsabilità e una lotta senza esitazioni contro trafficanti e sfruttatori. Ma serve anche la capacità di non confondere la necessaria tutela dei confini con la disumanizzazione di chi li attraversa.
È esattamente su questo terreno che prosperano gli estremismi. Una parte della destra trasforma ogni arrivo in un’invasione e ogni migrante in una minaccia. Una parte della sinistra rifiuta invece di riconoscere che flussi incontrollati possono generare insicurezza, marginalità e conflitti sociali. Entrambe le semplificazioni servono soprattutto a raccogliere consenso. Nessuna delle due costruisce una politica europea.
Né aiutano a risolvere i problemi di un continente e di un Paese, il nostro, che per ragioni demografiche e produttive hanno bisogno anche dell’apporto dell’immigrazione. Una necessità che riguarda pure la nostra Provincia: autonoma, certamente, ma pienamente inserita nelle dinamiche italiane ed europee. L’invecchiamento della popolazione e la progressiva contrazione della forza lavoro rendono infatti il contributo dell’immigrazione sempre più importante per sostenere l’economia, i servizi e lo stesso sistema sociale.
Questa realtà deve essere governata, non subita: facendo rispettare le leggi, garantendo diritti e doveri e tutelando l’identità culturale, civile e democratica di cui siamo eredi. Senza creare nuovi ghetti, ma anche senza accettare passivamente pratiche, modelli sociali o visioni ideologiche incompatibili con i principi fondamentali della nostra società, con la libertà individuale, con la parità tra donne e uomini e con il rispetto della dignità di ogni persona. Integrare non significa cancellare le differenze, né rinunciare a ciò che siamo: significa costruire appartenenza attorno a regole comuni.
Dividere l’Europa significa renderla più debole proprio mentre avrebbe bisogno di parlare con una sola voce. Significa lasciare ogni Stato solo davanti alle pressioni commerciali americane, alla potenza industriale cinese, alla minaccia russa e alle crisi che attraversano il Mediterraneo. Significa trasformare ventisette Paesi medi e piccoli in altrettanti interlocutori ricattabili.
Non abbiamo amici permanenti a Washington, a Mosca o a Pechino. Abbiamo alleati, concorrenti e avversari con i quali, di volta in volta, possono convergere alcuni interessi. Pensare diversamente sarebbe una forma di ingenuità. L’Europa deve imparare a difendere autonomamente la propria economia, la propria sicurezza, la propria democrazia e il proprio modello sociale.
La nostra forza nasce anche dalla nostra storia. Siamo il continente che ha prodotto l’Illuminismo e i diritti universali, ma anche i nazionalismi, il colonialismo, i totalitarismi e due guerre mondiali. Abbiamo conosciuto l’abisso al quale conduce l’idea che una nazione, una “razza” o un popolo possano salvarsi contro tutti gli altri. L’Unione europea è nata dalla consapevolezza di quell’orrore: non come un espediente burocratico, ma come una scelta di civiltà.
Oggi siamo chiamati a rinnovare quella scelta. Questo non significa difendere ogni regolamento di Bruxelles, né nascondere gli errori delle istituzioni europee. Significa impedire che la miopia di una classe politica interessata soltanto alla prossima riconferma distrugga ciò che generazioni hanno costruito.
L’Europa non è debole. È divisa, esitante e spesso inconsapevole della propria forza. Ritrovare la sua centralità significa prima di tutto smettere di pensarci piccoli. Significa scegliere quale mondo vogliamo lasciare ai nostri figli, prima che siano altri a sceglierlo per noi.
©mnperinelli-iltrentinonuovo.it


1 commento
Sono pienamente d’accordo. Fra l’altro vivendo in Cina mi rendo conto che anche la narrazione cinese punta moltissimo sull’ineluttabilità del declino europeo, a punto che mi viene il dubbio che parte della disinformazione arrivi direttamente da qui.
Ma il nostro continente ha ancora molte carte da giocare.