Già con l’agosto del 1936, sono decine di migliaia i democratici di ogni nazione, ivi compresi quelli che vivono sotto le dittature nazifasciste, che chiedono di poter contribuire alla difesa della Repubblica spagnola. Ciò accade, nonostante i molti impedimenti messi in campo anzitutto dai governi italiano e tedesco, ma anche – e non secondariamente – da quello inglese. Uomini di ogni estrazione sociale e culturale abbandonano lavoro ed affetti, attraversano montagne ed oceani per raggiungere una trincea in terra di Spagna. E’ il trionfo di un profondo idealismo e di un senso di solidarietà del tutto eccezionale.
Di fronte a questa situazione imprevista, con il mese di settembre e prevalentemente su iniziativa del “Comintern”, sorgono un po’ ovunque in Europa centri di arruolamento che raccolgono anche i fondi necessari al sostegno delle spese di viaggio dei volontari, i quali affluiscono per combattere, fin dalle prime settimane del conflitto, soprattutto sui fronti di Aragòn e Madrid. Proprio ad Aragòn si è costituita, fin da subito, sia una “Centuria Thomas Mann” composta da volontari inglesi, sia la “Colonna Rosselli” composta da antifascisti e fuoriusciti italiani, sotto la guida Di Carlo Rosselli. In breve anche i tedeschi danno vita alla “Centuria Ernst Thälmann” e, seguendo tali esempi, si costituiscono altri reparti di truppe internazionali, composti da socialisti, democratici, repubblicani, comunisti, anarchici, indipendenti e trotzkisti, come la “Centuria Commune de Paris” o la polacca “Dombrovsky” o l’ungherese “Rakosi”, che si battono coraggiosamente sul fronte madrileno, in nome della causa universale della libertà.
Nel mese di ottobre, i combattenti internazionali si affidano ad una Commissione di tre membri – l’italiano Luigi Longo, il francese Pierre Rebière e il polacco Stefan Wizniewski – che ha il compito di trattare con il legittimo governo repubblicano l’autorizzazione a formare delle unità militari di volontari internazionali, mettendole a disposizione del governo di Madrid e dello Stato Maggiore dell’esercito lealista. Nel documento che sottopongono al gabinetto spagnolo, scrivono: “Rappresentiamo uomini di tutte le nazionalità e di varie opinioni politiche, ma siamo tutti d’accordo di non parteggiare per nessuna corrente specifica, bensì unicamente per la causa repubblicana e antifascista che ci unisce tutti.”Il 22 ottobre 1936, il governo approva la costituzione delle “Brigate Internazionali” e la loro incorporazione nell’Esercito popolare. La sede di questi reparti è fissata ad Albacète, lontana dai fronti di combattimento e dove i volontari possono venire addestrati ed organizzati militarmente.
Sono cinque le Brigate costituite e le prime due (la XI e la XII) sono sottoposte al “battesimo del fuoco” già nel mese di novembre sul fronte di Aragòn. In breve le Brigate vengono affiancate anche da sei batterie speciali di artiglieria anticarro, da due batterie antiaeree, da sei gruppi di artiglieria campale e da un nutrito numero di battaglioni mobili, per un totale di circa 52.000 uomini che vanno al fronte fra il novembre 1936 e l’aprile 1938. Ogni Brigata ha una consistenza media di circa 2.000 uomini e le perdite subite nei vari scontri con i franchisti vengono integrate rapidamente con sempre nuovi volontari, ma anche con combattenti spagnoli che si schierano, spesso per scelta ideologica, con le Brigate, anziché con l’esercito regolare.
Ognuno gareggia in eroismo, disciplina e spirito di sacrificio, partecipando a quasi tutte le principali battaglie della guerra e meritando spesso l’elogio del Comando supremo, come nel caso della battaglia dell’Ebro, forse la più difficile, lunga e sanguinosa di tutto il conflitto.
Fra i volontari internazionali, un ruolo particolare è quello degli italiani. Per loro lo scontro è, non solo volto all’affermazione di un antifascismo militante, ma è anche una sorta di “assaggio” di guerra civile, posto che Mussolini appoggia con uomini e mezzi i golpisti. Le truppe italiane inviate in Spagna dal regime, in larga parte non sono affatto volontari entusiasti, bensì soldati obbligati a farsi “volontari” e che si trovano di fronte connazionali, in una sorta di scontro fratricida, rispetto al quale Carlo Rosselli, esponente di spicco del movimento antifascista “Giustizia e Libertà”, il 31 luglio 1936 scrive: “La rivoluzione spagnola è la nostra rivoluzione; la guerra civile del proletariato di Spagna è guerra di tutto l’antifascismo.”
Ma chi è Carlo Rosselli? Di famiglia ebrea e di tradizione repubblicana, nasce a Roma nel 1899 e, fin da giovanissimo, si avvicina al socialismo ed, insieme a Ferruccio Parri e Sandro Pertini, organizza anche la fuga di Filippo Turati dal confino di Lipari nel 1929. Esule in Francia ed in polemica con il riformismo socialista e l’autoritarismo comunista, fonda a Parigi, su basi mazziniane e gobettiane, il movimento politico di “Giustizia e Libertà”, che si propone di fondere l’intransigenza rivoluzionaria con lo spirito libertario, costituendo così le basi di quello che sarà poi il Partito d’Azione. Il 28 luglio del ‘36, Rosselli promuove una riunione plenaria di tutte le forze dell’antifascismo per dar corso ad un immediato sostegno alla causa della Repubblica spagnola e progettando di costituire una “Legione italiana” che, inizialmente prende appunto le forme della “Colonna Rosselli”, animata da 150 volontari e che già il 19 agosto seguente respinge una serie di assalti franchisti. Gli italiani sono così il primo reparto non spagnolo che si batte contro i golpisti. Si muovono sulla base di una condivisa parola d’ordine: “Oggi in Spagna, domani in Italia”, pronunciata da Rosselli in un suo discorso trasmesso da Radio Barcellona il 13 novembre 1936.
Fra i volontari delle Brigate si trova una varia umanità: dagli operai agli intellettuali; dai contadini agli artigiani; dagli scrittori a coloro che hanno già esperienza del combattimento. Molti di questi “soldati” improvvisati dimostrano, nel tempo, grandi doti militari che portano a numerosi successi e che si riveleranno preziose poi nei vari movimenti di Resistenza europei contro l’occupazione antifascista del vecchio continente e non solo. Fra loro spiccano alcuni nomi come quello del Commissario politico delle Brigate Internazionali, il comunista italiano Luigi Longo o il Comandante militare delle Brigate, il tedesco Walther Zeisser o l’italiano Giuseppe Di Vittorio che difende Madrid e, ancora, lo spagnolo Carlos Contreras, ispettore generale delle Brigate e responsabile della propaganda di guerra. Sono uomini straordinari, mossi da ideali potenti e capaci di un coraggio quotidiano che desta ammirazione ancor oggi. Mai, nella storia dell’umanità, si è assistito fino ad ora ad una così imponente e spontanea manifestazione di solidarietà universale, animata anche da quello spirito di rivolta e libertà e da quella comunione di intenti che sboccerà poi nel grande fenomeno resistenziale europeo che, proprio nella guerra di Spagna, disegna i suoi primi profili.
E al di là delle trincee e del fronte? Mussolini ha promosso un’avventura militare, in appoggio ai ribelli spagnoli, che all’Italia costa, alla fine, circa 5.000 caduti ed oltre 15.000 feriti e mutilati, con una spesa pari a 14 miliardi di lire dell’epoca e l’ingente perdita di aerei, carriarmati e cannoni, senza peraltro ottenere nulla in contropartita.
Il Duce aspira, nelle sue manie di una grandezza che in realtà è solo di cartapesta, a dominare il Mediterraneo e, dopo i “fasti” dell’impresa etiopica e la proclamazione dell’impero, ritiene necessaria una nuova impresa bellica, destinata esclusivamente ad alimentare il suo personale prestigio. Gli esiti della partecipazione italiana alla guerra sono riassunti soprattutto nel clamoroso smacco di Guadalajara, dove alcune divisioni fasciste vengono sconfitte dall’esercito spagnolo e dagli uomini delle Brigate Internazionali. Le truppe italiane non sono motivate; sono mal equipaggiate e solo minimamente addestrate, al punto che dei suoi soldati scrive il generale Rossi: “la maggior parte degli uomini è composta da elementi eterogenei. Molti sono i richiamati ultracinquantenni. Alcuni di loro non hanno mai prestato servizio militare e sono stati arruolati perché disoccupati. Altri hanno tare fisiche e sono alcolizzati…”. Dopo la sconfitta di Guadalajara i comandi italiani vengono sostituiti, ma non serve a molto. Gli osservatori tedeschi scrivono sul “Berliner Zeitung” e sul “Völkischer Beobachter” che la battaglia è stata una tragedia militare, dovuta soprattutto allo scarso addestramento delle truppe; alla mancata cooperazione fra le singole armi; alla scadente assistenza dei reparti in prima linea ed alla totale mancanza di fiducia e di rapporto fra ufficiali e soldati. Si tratta insomma di una lezione memorabile e dalla quale trarre insegnamento, ma Mussolini – e con lui il genero Ciano – non capiscono nulla. Gli esiti non tarderanno a farsi sentire.
I tedeschi invece agiscono altrimenti ed utilizzano la guerra civile come una sorta di “allenamento”, ovvero di prova generale per il successivo conflitto che hanno già in animo di scatenare. Hitler ritiene che la Spagna possa rappresentare un banco di prova per le nuove strategie che sono venute affermandosi dentro le ricostituite forze armate tedesche. Il Führer reputa inoltre la Spagna un cuneo interessante per disturbare, se non rompere, le comunicazioni marittime fra Gran Bretagna e Francia, ma anche per mettere le mani sul prezioso ferro spagnolo, del quale la siderurgia tedesca ha estremo bisogno ed, infine, perché, aiutando Franco, Hitler è convinto che l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale si concentrerà sulla Spagna, non occupandosi quindi del riarmo tedesco che può continuare indisturbato. Mentre Mussolini manda nella penisola iberica truppe, peraltro no richieste dai golpisti, Hitler invia la “Legione Condor”, cioè una potente formazione della Luftwaffe, chiamata a sperimentare le innovazioni tattiche nell’uso dell’arma aerea ed operando quindi come una sorta di “artiglieria verticale” con i bombardieri in picchiata – i famosi “Stukas” – ed i nuovissimi caccia Messerschmitt 109. Tecnologia avanzata, tattica pianificata, organizzazione teutonica e supporto logistico puntuale sono i punti di forza tedeschi che fanno la vera differenza e sono la risorsa più preziosa per lo sforzo bellico dei franchisti i quali, senza queste presenze aeree, forse non avrebbero vinto. Il 26 aprile 1937, la Luftwaffe sperimenta il primo “bombardamento a tappeto” della storia, distruggendo la cittadina di Guernica e provando quel “lago di fuoco”, fatto di incendi prodotti dalle bombe, che provoca la strage di 654 civili morti e di 889 feriti.
Il conflitto spagnolo è insomma la rappresentazione, su scala limitata, di ciò che avverrà durante la seconda guerra mondiale e che sarà segnata dalle medesime caratteristiche: spavalderia, buffoneria, inefficienza e totale disorganizzazione italiana, a fronte di precisione, addestramento e uso della tecnica e delle risorse migliori da parte tedesca. La guerra civile spagnola mette insomma a fuoco tutti gli oggettivi limiti del fascismo e delle sue retoriche, evidenziando quegli stessi elementi che lo porteranno all’inevitabile sconfitta bellica e al conseguente crollo del regime.
(3. – continua – Le precedenti puntate 16 e 25 luglio 2026)
©Renzo Fracalossi-iltrentinonuovo.it

