Già il nome era di buon auspicio: Ben-ito, cioè “ben andato”. E invece no. Dodici dei 40 consiglieri comunali di palazzo Thun non se la sono sentita di revocare la “cittadinanza onoraria” attribuita da Trento a Mussolini nel 1924. Di mandar via dalla memoria (ché dalla storia ci pensa l’ignoranza dilagante) l’onorificenza attribuita al capo del Governo nazionale fascista. Che già da queste parti, nel 1909, aveva dato prova di sé: nove mesi di insulti e di mascelle volitive, scontri verbali con i “clericali”, qualche soggiorno nelle prigioni austriache. “Migliori di quelle italiane”, avrebbe scritto poi. Infine espulso dalla città di Trento e dai domini della monarchia degli Asburgo. Per cancellare il suo nome dall’albo d’onore del Municipio serviva la maggioranza di 4/5 (32 su 40) del Consiglio. Dentro il quale – ha scoperto il Golem – si annidano coloro che sognano ancora la Buonanima. Che faceva miracoli. Il cittadino “in orario” faceva segnare l’ora esatta due volte al giorno anche agli orologi rotti. Sono gli epigoni di quei galantuomini che accoglievano gli oppositori con l’olio di ricino. Che sia perché sono impegnati a rendere Trento una città accogliente?
Dopo aver lasciato qui alcuni conti da pagare e le liti con Cesare Battisti; dopo aver usato Trento come prova generale della “marcia su Roma”; dopo aver perseguitato a Trento gli antifascisti e le dissidenze locali, adesso Benito Mussolini, con la complicità dei suoi ultimi epigoni, lascia qui un’onta indegna per la città e la sua popolazione.
Grazie a un Consiglio comunale composto anche da soggetti incapaci di sostenere dignitosamente e coerentemente il loro diniego alla revoca della cittadinanza onoraria al duce e buoni solo a rifugiarsi dietro il comodo paravento del “non voto” e dell’astensione, Trento annovera ancora fra i suoi “cittadini onorari” il mandante dell’assassinio di Matteotti, il costruttore di un impero di cartone, il legislatore delle leggi “fascistissime”, il millantatore degli “otto milioni di baionette”, il probabile autore del “Manifesto della Razza” e delle leggi razziali e soprattutto colui che porta la responsabilità di quasi 500.000 (cinquecentomila) italiani morti nel secondo conflitto mondiale.
A costui, il Consiglio comunale di Trento non è stato capace, come invece avvenuto in molti altri Comuni italiani, di revocare un onore più imposto che voluto. Certo, la questione appariva anche a me, ultimo degli ultimi, un po’ spinosa e non si poteva pensare di risolverla in due minuti, proprio a ridosso di un referendum così politicizzato. Sprovveduti gli uni e pavidi gli altri. Il risultato è sotto gli occhi di tutti e copre la città di Trento di vergogna.
Ho letto le dichiarazioni di quel direttore della Fondazione Museo Storico del Trentino che, venendo da sinistra ha seguito il traffico e si è trovato a destra e da oltre vent’anni mantiene intatta la sua posizione qualunque sia il governo provinciale in carica. Adeguarsi è l’imperativo categorico, perché non si sa mai chi verrà domani.
Meglio non esporsi, ché tengo famiglia. E ci si meraviglia del “non voto” del Consiglio comunale? Penso che Trento non si meriti tutto questo, ma so anche che i sugheri galleggiano in eterno.
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