No, non casca mica il mondo se dovesse prevalere il “sì” al Referendum costituzionale del 22-23 marzo prossimi. Che a farlo cascare, il mondo, ci pensano già i due guerrafondai impegnati a esportare la loro “democrazia” a suon di bombe. In casa altrui, naturalmente. No, coloro che invitano al “sì” nel referendum – spacciato come “riforma della magistratura” ma è solo una riforma del CSM (che vuol dire Consiglio Superiore della Magistratura e non Centro di Salute Mentale) – vorrebbero far credere che, “dopo”, se prevarrà il “sì”, le cose andranno meglio: i processi saranno più rapidi; i magistrati saranno più accorti; le procure staranno più attente a mettere le mani nel mondo della politica. Quella stessa che, alla luce di certe frasi dal sen fuggite, avrebbe deciso le modifiche di sette articoli della Costituzione per tagliare le unghie a una “certa Magistratura”. Quella “politicizzata”, quella “delle correnti” che, il caso Palamara docet, decidevano promozioni e trasferimenti di magistrati “nostri” o “loro”.
Che la magistratura non goda il favore della pubblica opinione è connesso ad alcuni episodi clamorosi di ingiustizia (caso Tortora in primis) e a vent’anni di battaglie di coloro che, anziché difendersi nel processo si sono fatti le leggi “ad personam” per sfuggire ai processi.
Pochi giorni al voto e il rumore di fondo si fa boato. Le parole diventano pietre. Certe affermazioni di figure apicali della magistratura o dell’entourage di qualche ministro hanno finito per polarizzare lo scontro. Per farlo diventare, quello che in effetti si sta prefigurando come un derby: curva sinistra e curva destra, con al centro, come palio, la poltrona di Palazzo Chigi. Un referendum sul Governo.
Ha un bel dire la presidente Meloni che resterà al proprio posto, anche se domineranno i “no”. Cioè se prevarranno i favorevoli al mantenimento dei 7 articoli della Costituzione Italiana “ritoccati” dal Parlamento con voto a maggioranza semplice e non qualificata (i 2/3 di deputati e sanatori). In questo secondo caso le modifiche costituzionali sarebbero state immediatamente pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale senza passare dal Referendum confermativo.
Ci auguriamo proprio che la signora “donna, madre e cristiana” resti dov’è perché, a tutt’oggi, un’alternativa a codesto governo, sulla cui mediocrità i giudizi si sprecano, proprio non si intravede. Nella galassia delle opposizioni manca un/una leader che sia in grado di “fare sintesi”, di formare una solida coalizione, di proporre un programma condiviso di sviluppo e di alternativa. Forse è in embrione ma non si vedono in giro galline pronte a covarne le uova. Al momento, più che un “campo largo” pare un camposanto.
Chiacchiere tante, comparsate televisive come grandinasse, cicaleccio da comizio più a vantaggio del proprio ego che ad indicare un orizzonte credibile.
La separazione delle carriere dei magistrati non sveltirà i processi e non eviterà che qualche innocente finisca in galera. Gli errori giudiziari sono, in parte, sanati dai tre gradi di giudizio previsti dall’ordinamento. È vero, l’opinione pubblica è convinta che i giudici che sbagliano non paghino mai. E laddove viene accertato l’errore paga… Pantalone, cioè lo Stato, cioè noi.
Quanto alle sanzioni disciplinari provvede già adesso il Consiglio superiore della Magistratura, senza sdoppiamento, anche se “politicizzato” come sottolineano coloro che propendono per il “sì” al Referendum. Due eventuali consigli superiori di una magistratura, divisa tra magistrati referenti e magistrati giudicanti, sorteggiati fra tutti i 9.800 magistrati italiani non garantirà maggiore imparzialità di giudizio, affermano i propugnatori del “No”. Così come le carriere “separate” non potranno che indebolire l’esercizio della giurisdizione. Piaccia o no, siamo tra coloro che credono che i tre poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) disegnati dal Padri costituenti 78 anni fa siano perfettamente in equilibrio. Nonostante le diversità di vedute, di appartenenza politica, i 75 “saggi” hanno elaborato i 139 articoli della Carta per garantire i diritti di tutti e tutelare la libertà di ciascuno.
Dicono i fautori del “Sì” che se passa la riforma, i magistrati pagheranno (“finalmente”!) per i loro errori. Si obietta: se davvero i magistrati dovessero pagare di tasca propria gli errori nell’esercizio delle funzioni, accadrebbe ciò che balza all’occhio nell’ambito della burocrazia pubblica. Dove, per paura di sbagliare (e di dover pagare) nessuno si prende più la responsabilità di una decisione. Già oggi la giustizia, soprattutto quella civile, è di una lentezza esasperante. Come accadrebbe, probabilmente, con magistrati inseguiti da “creditori di giustizia” sanzionabili in solido. Sai che brindisi per i politici inquisiti.
Sessant’anni fa, al tempo della cosiddetta “Rivoluzione culturale”, nella Cina di Mao Zedong, era in voga lo slogan: “Colpiscine uno per educarne cento”.
La materia è spinosa, ne conveniamo. Qualora dovesse prevalere il “sì” alla riforma costituzionale, c’è chi teme altre riforme a maggioranza semplice. Tipo l’introduzione del “premierato”, tanto cara a chi siede (pro tempore) a palazzo Chigi.
A chi scrive, i 139 articoli della Costituzione piacciono così come li hanno configurati i Costituenti i quali tutto erano fuorché analfabeti istituzionali, “caciaroni” e pasticcioni. Avverte Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale: tra i diritti che la Costituzione difende c’è anche quello di essere ignoranti. (E noi, modestamente, lo siamo).
Comunque vada, presidente Meloni, resti tranquillamente dov’è (magari cambiando un po’ di ministri pasticcioni) e stia serena. Il 24 marzo mattina sull’Italia si alzerà nuovamente il sole. Sempre che non piova, “governo ladro”.
©iltrentinonuovo.it

