Il XXI secolo potrebbe essere quello dell’Intelligenza Artificiale e quindi del trionfo di una tecnologia sempre più autonoma. Eppure, per quanto impegno possa metterci l’AI, alcuni comportamenti dell’umano rimarranno comunque inimitabili, come la cortigianeria. Questa sembra aver assunto ormai un protagonismo, fatto di ossequio servile a poteri sempre più arroganti e autoritari, che però non è cosa nuova. I cortigiani hanno popolato ogni epoca e ci saranno sempre, perché interpretano una parte dell’animo umano, quella più debole, più vile e più cinica, come ci raccontano alcuni personaggi e cronache francesi.
Francia 1785. Mancano solo quattro anni all’esplodere rivoluzionario che cambierà il corso della storia. Fra la nobiltà più colta e progressista, intrisa di cultura illuminista, all’epoca spicca una figura di intellettuale, quella del barone d’Holbach. Nato nel 1723 nella cittadina tedesca di Edesheim, nel Palatinato e in una famiglia piccolo-borghese che riesce però a dargli una educazione classica, attraverso un imponente lascito testamentario, il giovane Paul si ritrova, in breve, ricco e nobile, a seguito della morte di uno zio materno senza figli.
Si tratta del filosofo Franz Adam Holbach, che ha fatto grande fortuna in Francia, al punto tale da ottenere il titolo nobiliare di barone, che quindi trasmette al nipote unitamente a tutte le sue sostanze. Paul si trasferisce quindi nei Paesi Bassi olandesi allo scopo di studiare giurisprudenza nella prestigiosa università di Leyda, ricca di fermenti e stimoli per una mente acuta e curiosa come quella del giovane barone. Rapidamente egli impara il francese fino a farlo diventare sua “lingua madre” e studia anche l’inglese, riuscendo così a leggere, nel testo originale, quelle dissertazioni degli empiristi che costituiscono la grande tradizione anglosassone dell’epoca, sulle tracce del pensiero del filosofo Hobbes.
Conseguita la laurea, Paul Heinrich si trasferisce a Parigi, dove trascorre poi il resto della sua esistenza e dove ottiene in breve tempo la naturalizzazione francese, diventando così Paul Henry Thiry d’Holbach. Amico fraterno di Denis Diderot, si fa coinvolgere da quest’ultimo nell’entusiasmante esperienza dell’“Encyclopèdie”, offrendo un prezioso contributo su molte “voci”: dalla politica al diritto e alla religione; dalla geologia alla mineralogia, materie nelle quali il barone d’Holbach dimostra una profonda conoscenza scientifica.
Nel 1750, all’età di ventisette anni, convola a nozze con Basile – Geneviève d’Aine, figlia di una ricchissima famiglia borghese, in un matrimonio piuttosto originale per l’epoca, perché fondato sul vero amore, anziché sul mero interesse. Purtroppo Geneviève muore, dopo poco, per una lunga e dolorosa malattia – probabilmente un tumore – lasciandolo solo e disperato. Un lutto inconsolabile lo conduce verso un ateismo totale che Alessandro Verri, uno dei famosi fratelli illuministi lombardi, così descrive: “L’origine del sistema filosofico del barone d’Holbach viene facilmente dall’aver assistito alla dolorosa morte di sua moglie, che egli amava intensamente. (….) D’allora in poi è diventato un ateista furiosissimo.”
Ben presto i ricevimenti a palazzo d’Holbach, offerti probabilmente per annegare il dolore che lo devasta, divengono fra i principali ritrovi dei “philophes” e dei migliori intellettuali europei, fra i quali Cesare Beccaria e Adam Smith, mentre le vicende dell’ “Encyclopèdie” sono segnate da traversie e polemiche, come quella legata alla pubblicazione del volume “De l’esprit” del materialista e sensista Claude Adrien Helvetius, autore di una violenta requisitoria antireligiosa. Nonostante gli aspri dibattiti, d’Holbach rimane fedelmente accanto all’amico Diderot, adoperandosi in ogni modo per la diffusione delle idee e dei principi dell’illuminismo, ma anche delle teorie contrarie alla religione cristiana. Il barone condivide il pensiero di Jean Jacques Rousseau e, dopo un lungo soggiorno in Inghilterra, elabora anche una riflessione che giudica le libertà inglesi più illusorie che reali. Così facendo, si scontra con Voltaire, che invece esalta l’esperienza politica e sociale d’oltre Manica, ma ciò non smuove minimamente il barone dalle sue posizioni critiche. Nel 1766 d’Holbach pubblica, sotto pseudonimo, il volume dal titolo “Il Cristianesimo svelato”, nel quale riversa tutto il suo ateismo, attraverso un feroce attacco alla religione, vista come un ostacolo pericoloso e forse insormontabile per giungere all’autentica conoscenza della realtà.
A questo lavoro ne seguono altri, anche se minori, gonfi di un anticlericalismo virulento e nei quali d’Holbach sostiene una tesi originale e secondo la quale il legame esistente fra potere politico e religioso sta alla base di ogni forma di assolutismo.
Quattro anni dopo, nel 1770, viene dato alle stampe il suo lavoro forse più celebre, ovvero quel “Sistema della Natura” che, in breve, diventa una sorta di “guida” per materialismo ateo e, per tale ragione, viene destinata al rogo. Nei suoi ultimi anni di vita, il barone sposta poi i suoi interessi e i suoi conseguenti studi verso l’etica e la politica, scegliendo la strada del rinnovamento sociale e ispirandosi alle idee di Montesquieu sulla divisione dei poteri, per una società più libera e laica. Mentre le sue condizioni di salute vanno peggiorando, egli affronta un nuovo dolore con la morte del fraterno amico Diderot, nel 1784. Cinque anni dopo ed un mese prima della presa della Bastiglia, Paul Henry Thiry barone d’Holbach muore all’età di 66 anni. Egli, insieme al marchese De Sade, è forse il più agguerrito e convinto ateo del suo tempo, anche se gli vengono riservate esequie religiose, non si sa se per redenzione o per spregio delle sue idee.
Nel 1813 esce nelle librerie un opuscolo dal titolo: “Essai sur l’arte de ramper, a l’usage des courtisans”(“Saggio sull’arte di strisciare dei cortigiani”) Si tratta di alcune “facezie filosofiche”, come le difinisce il suo autore, attorno all’arte di strisciare, ad uso dei cortigiani. Paul Henry ne ha visti tanti nella sua vita ed a loro dedica questa ironica riflessione che, per molti versi, sembra scritta adesso.
La descrizione del cortigiano che il filoso compone è infatti perfetta e senza tempo. Eccone alcuni esempi: “La testa è di vetro e i capelli di oro; le mani di peceresina, il corpo di gesso, il cuore è metà di ferro e metà di fango, i piedi di paglia e il sangue è composto da acqua ed argento vivo […] Un cortigiano è a volte insolente e a volte vile; può dar prova della più squallida avarizia e della più insaziabile avidità, così come di un’estrema magnanimità; di una grande audacia come di una codardia vergognosa; di un impertinente arroganza e della correttezza più calcolata. In poche parole egli è un Proteo, un Giano o, ancor meglio, un dio indiano raffigurato con sette volti differenti.”
Poi, con molta ironia, il barone d’Holbach prosegue: “L’arte di strisciare è, senz’altro, la più difficile da praticare. […] Un perfetto cortigiano è, senza ombra di dubbio, il più sorprendente degli uomini. La vera abnegazione è quella del cortigiano verso il proprio signore e padrone; guardate come si umilia in sua presenza, riducendosi ad un niente. E’ come una cera malleabile, pronta a ricevere qualsiasi calco le si voglia imprimere.”
Ancora: “Un buon cortigiano non deve mai avere un’opinione personale, ma solamente quella del suo padrone o del ministro e deve saperla anticipare, facendo ricorso alla sagacia. Un buon cortigiano non deve mai avere ragione e non è, in nessun caso, autorizzato ad essere più brillante del suo padrone. Il cortigiano ben educato deve avere uno stomaco forte, per digerire tutti gli affronti che il suo padrone vorrà infliggergli. […] È necessario che egli sappia costantemente neutralizzare i rivali con atteggiamenti amichevoli, mostrando un viso disponibile e affettuoso verso coloro che più detesta; abbracciando teneramente il nemico che invece vorrebbe strozzare e, infine, bisogna che anche le bugie più spudorate siano imperscrutabili sul suo volto. […] Il vero cortigiano è tenuto, come Arlecchino, ad essere amico di tutti, ma senza commettere la debolezza di affezionarsi a chicchessia. Costretto a soggiogare l’amicizia e la sincerità, il suo attaccamento sarà riservato all’uomo al comando, fino al momento in cui quest’ultimo perde il potere. E’ necessario odiare, senza por tempo in mezzo, chiunque abbia contrariato il padrone o il favorito di turno…”
Rileggendo queste righe, può riaffiorare, in ciascuno di noi, la memoria di quanti e quali cortigiani di ogni risma, con il loro carico di untuosità e falsità, abbiamo trovato sul nostro cammino. Essi hanno costruito carriere lunghe e “onorate”, rimanendo saldamente avvinghiati al potere di turno, intuendone le sue esigenze ed i suoi mutamenti e restando pronti a fare e dire qualsiasi nefandezza possa costituire un consolidamento delle loro posizioni sociali ed economiche. Costoro cercano il favore del potere, consapevoli che, come scrive il barone, che: “l’uomo che sta al comando non ha mai torto!”
I cortigiani spariranno con la sparizione del mondo. Non c’è nulla da fare. Possiamo solo imparare a riconoscerli rapidamente, per evitare, laddove possibile, di venirne a contatto. Nessun individuo equilibrato, infatti, ha bisogno di cortigiani che lo adulino e nessun potere democratico può accettarne la presenza quotidiana. Non è solo un problema di individui ma anche di popoli, come coglie con straordinaria acutezza Piero Gobetti, il grande intellettuale piemontese, quando scrive di Mussolini: “Il mussolinismo è un risultato assai più grave del fascismo stesso, perché conferma nel popolo l’abito del cortigiano, lo scarso senso della propria responsabilità, il vezzo di attendere dal duce, dal domatore, dal “deus ex machina” la propria salvezza.” Meditare queste parole, soprattutto nel nostro tempo, non nuoce.
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