In queste settimane pre-referendarie, nelle quali un po’ tutti sembrano occuparsi di giustizia spandendo opinioni spacciate per verità assolute, è stato più volte citato, anche in relazione alla polemica sulla vicenda di Clara Marchetto, il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato del quale – è bene ricordarlo – proprio quest’anno cade il centenario dell’istituzione.
Creato con la legge ordinaria 25 novembre 1926 n. 2008, “Provvedimenti per la difesa dello Stato” – una delle cosiddette “leggi fascistissime”, che reintroduce anche la pena di morte nell’ordinamento del regno e per reati a sfondo politico – agisce come strumento particolare del regime per la repressione di ogni dissenso politico.
Si tratta di un Tribunale che opera secondo le norme del Codice penale per l’Esercito in tempo di guerra e le cui sentenze non sono suscettibili di ricorso alcuno, né di impugnazione, fatta salva la revisione complessiva del procedimento. Non ci sono garanzie per gli imputati e l’azione penale agisce, spesso, in modo sommario divenendo così un’ombra pesante e cupa finalizzata soprattutto a costruire la paura e quindi a spingere gli oppositori del regime verso la rinuncia a qualsiasi proposito di ribellione. Il Tribunale inoltre si avvale della collaborazione, in fase di indagini, di organismi di polizia segreta, come l’O.V.R.A. (Opera di Vigilanza e Repressione dell’Antifascismo), tipici dei sistemi dittatoriali ed aventi la possibilità di agire anche fuori dai normali confini dell’azione di polizia.
Il Tribunale agisce rapidamente. Dopo la denuncia, si apre una fase istruttoria e i reati più lievi, come “le offese al capo del governo”, vengono affidati ad un giudice monocratico, mentre quelli più gravi, come la cospirazione, gli attentati o la ricostituzione dei disciolti partiti antifascisti, vengono assegnati alla Commissione istruttoria. Il lavoro istruttorio può durare pochi giorni o addirittura anni, periodi nei quali l’imputato rimane comunque in uno stato di detenzione, durante il quale può subire interrogatori pesanti e segnati dalla tortura, nonché situazioni di isolamento e di assenza di comunicazioni con l’esterno e i familiari.
I prosciolti in fase istruttoria, che non sono molti, vengono comunque affidati, dopo la scarcerazione, al controllo costante dell’O.V.R.A. e della Polizia. Il Tribunale è composto da ufficiali provenienti da tutte le Armi, dalla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e dalla Magistratura militare ed i procedimenti sono rapidi e quasi sempre a senso unico, essendo spesso già preconfezionate le sentenze. La difesa ha pochissimi diritti e subisce pesanti intimidazioni che la obbligano, il più delle volte, ad adeguarsi alle tesi dell’accusa, mentre all’imputato non è concesso nessun diritto di parola e nessuna contestazione. Ogni protesta eventuale comporta un aumento della pena. Sandro Pertini, ad esempio, condannato nel novembre del 1930, dopo aver gridato in aula: “Abbasso il fascismo e viva il socialismo!” viene picchiato a sangue.
Severissimo soprattutto nei riguardi degli attentatori alla vita del duce e di ogni forma di irredentismo, come quello sloveno e croato, emette sentenze quasi sempre, feroci e sproporzionate e le condanne sono a varie pene – fra le quali 3 ergastoli, di cui uno comminato a Clara Marchetto e 42 sentenze di morte, delle quali 31 vengono eseguite – per un totale di cinquemila decisioni. Il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato lavora a pieno ritmo fino alla sua ultima sentenza, pronunciata il 23 luglio 1943. Viene quindi soppresso con il Regio Decreto-legge 29 luglio 1943 n. 668, adottato dal governo Badoglio. Ma la sua storia non finisce qui. Infatti, viene ricostituito nella Repubblica Sociale Italiana, con il Decreto legislativo del duce n. 794 ed opera quindi fino alla Liberazione del 25 aprile 1945.
A guerra conclusa, i nomi di 24 componenti del Tribunale Speciale entrano negli elenchi alleati dei criminali di guerra, ricercati soprattutto dalla Jugoslavia per i reati gravissimi commessi sul suo territorio. Nessuno è mai stato deferito alla giustizia, a partire da quel gen. Mario Roatta, al quale si debbono gli ordini dei massacri compiuti dagli italiani nei Balcani.

Il Tribunale Speciale è insomma un esempio lampante di ciò che di odioso può accadere quando la giustizia viene piegata ai voleri del potere, divenendo, non più elemento terzo, bensì strumento asservito al regime.
A proposito poi di originali forme di repressione e di giustizia sottomessa al potere, durante il fascismo prende corpo anche il cosiddetto “Tribunale della razza” istituito a seguito delle “leggi razziali” del 1938, In realtà si tratta di una Commissione del Ministero degli Interni, che poi diventa Interministeriale, avente giurisdizione in materia di appartenenza o meno alla “razza ebraica” e che può operare anche attraverso atti segreti e decisioni inappellabili. Composta da magistrati di alto grado e collocata presso la Direzione generale per la Demografia e la Razza (Demorazza) è presieduta da un magistrato di fama e cioè Gaetano Azzariti, che verrà poi “dimenticato” e riabilitato, a guerra conclusa, dalla giustizia repubblicana, proseguendo indisturbato la sua carriera in Magistratura, fino a giungere alla Presidenza della Corte Costituzionale dal 1957 al 1961.
Quando i Tribunali vengono assoggettati alla politica, chi soccombe è sempre a anzitutto il diritto e la giustizia. Una lezione da non dimenticare.
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