Il 43,8 per cento ottenuto da AfD (il raggruppamento di estrema destra) alle elezioni di domenica 6 settembre 2026 in Sassonia-Anhalt non è soltanto protesta. Dietro quel risultato ci sono impoverimento e sfiducia nella politica: uno schema che viviamo anche in Italia. Comprenderne le cause non significa assolvere il progetto premiato dagli elettori. Per capire AfD bisogna leggere il programma con il quale si è presentata alle elezioni: parla dell’“estinzione del popolo tedesco”, contrappone i bambini tedeschi agli immigrati e annuncia la Verabschiedungskultur, la “cultura del congedo”.
L’espressione, riferita innanzitutto agli immigrati irregolari, non è una trovata lessicale. Significa rinunciare all’integrazione come obiettivo politico e orientare l’intera azione pubblica verso la partenza: eliminare i Welcome Center, sostituire i mediatori per l’integrazione con “mediatori per la remigrazione”, considerare la protezione concessa ai rifugiati una condizione temporanea destinata a concludersi sempre con il ritorno nel Paese d’origine.
L’immigrato non è più una persona che può entrare a far parte della comunità, ma un ospite provvisorio e sostanzialmente sgradito, del quale organizzare il ritorno. È il rovesciamento della cultura dell’accoglienza simbolicamente incarnata dalla Germania del 2015: non più “Wir schaffen das”, “possiamo farcela”, ma “dovete andarvene”. Victor Klemperer, nel suo LTI. La lingua del Terzo Reich, raccontò come il nazismo fosse penetrato nella società non soltanto attraverso le leggi e la violenza, ma mediante parole ripetute fino a modificare la percezione della realtà. Il linguaggio politico non si limita infatti a descrivere ciò che accade: stabilisce ciò che diventa pensabile e, infine, accettabile.
È difficile non ricordarlo di fronte a espressioni come “cultura del congedo” e “remigrazione”. “Congedo” trasforma un’espulsione in un atto quasi cortese; “remigrazione” presenta l’allontanamento di migliaia di persone come un neutrale movimento amministrativo. La violenza scompare dalle parole prima di diventare più facilmente praticabile nelle politiche. E non riguarda soltanto il contrasto all’immigrazione clandestina. Di fronte all’insicurezza sociale che vive anche la nostra terra e che una certa narrazione politica esaspera, è facile capire perché tanti possano pensare che questa sia la via migliore. Ma, inserita in un programma che distingue continuamente tra popolazione tedesca e stranieri, tra bambini tedeschi da sostenere e immigrati da allontanare, la “cultura del congedo” diventa una concezione complessiva della società.
Lo Stato non deve più costruire appartenenza, ma sorvegliare il confine tra chi è parte del popolo e chi deve restarne fuori. Si esaspera una paura, le si assegna un colpevole e si offre una scorciatoia. Il confine tra “noi” e “loro” non riguarda solo chi arriva dall’Africa o dal Medio Oriente. AfD denuncia perfino l’“immigrazione della povertà” dagli altri Paesi dell’Unione. I contributi per la nascita sarebbero riservati alle famiglie con almeno un genitore tedesco; chi chiede la cittadinanza dovrebbe assumere la nuova identità e “abbandonare” la precedente. Anche un italiano, nonostante la cittadinanza europea, rimane estraneo al popolo tedesco: tollerato finché è utile e disposto ad assimilarsi. Continuando su questa strada, prima o poi “l’altro” saremo noi. Questo non significa negare gli errori delle politiche migratorie europee. Abbiamo accolto senza integrare e lasciato giovani nelle periferie urbane senza lavoro o prospettive, creando isole dove la criminalità trova manovalanza. Ma la criminalità non è etnica: recluta dove trova povertà e assenza dello Stato. Integrare significa governare i flussi, insegnare la lingua, garantire formazione, pretendere il rispetto delle leggi e offrire un percorso reale verso la cittadinanza.
Non è buonismo: è sicurezza e buona politica. AfD però intercetta una verità: l’Europa vive una crisi demografica. Ma proprio qui emerge la contraddizione della sua promessa di rendere nuovamente competitiva la Germania. Tra il 2014 e il 2024 la popolazione in età lavorativa con cittadinanza tedesca è diminuita di 3,9 milioni di persone, mentre quella straniera è aumentata di 3,4 milioni. Nel lavoro qualificato, tra il 2015 e il 2024, l’incremento di oltre 600 mila occupati è stato garantito interamente da lavoratori stranieri. E nonostante la debolezza dell’economia e più di tre milioni di disoccupati, la Germania continua a registrare carenze in 157 categorie professionali, soprattutto nella sanità, nell’assistenza, nell’edilizia, nell’artigianato, nei trasporti e nell’educazione. Non basta contare i disoccupati: un operaio espulso dall’industria automobilistica non diventa automaticamente infermiere, elettricista o educatore. Formazione, maggiore occupazione femminile e automazione possono attenuare il problema, ma difficilmente possono compensare, da sole, milioni di pensionamenti. Pretendere di rilanciare l’economia respingendo l’immigrazione e creando un clima ostile alla presenza dei lavoratori stranieri significa promettere due cose incompatibili.
La Germania immaginata da AfD potrà forse essere più omogenea secondo il suo ideale etnico, ma sarà anche più vecchia, meno produttiva e meno capace di sostenere pensioni, imprese e servizi. Invece che un ritorno alla competitività promessa, sarebbe solo la gestione dell’inevitabile declino. La popolazione europea, del resto, non si restringe perché arrivano gli immigrati, ma perché nascono pochi bambini. Precarietà, salari bassi, case costose e servizi insufficienti rendono difficile costruire una famiglia. Servono asili accessibili, lavoro stabile e congedi parentali, non propaganda razziale. La deriva comincia quando la famiglia diventa uno strumento di conservazione etnica e il ventre materno una frontiera: è qui che la retorica assume una matrice völkisch e neonazista. AfD nega inoltre che sia dimostrato il rapporto tra riscaldamento globale e CO₂ prodotta dall’uomo. Vuole togliere i fondi a “Scuola contro il razzismo”, abolire gli studi di genere e postcoloniali, subordinare la cultura alla fedeltà nazionale e colpire il servizio pubblico. Vuole, in sostanza, decidere quali idee siano legittime. Sul piano internazionale questo progetto converge con la visione euroasiatica di Putin.
AfD chiede la fine delle sanzioni alla Russia e lavora per un’Europa divisa. L’Unione, invece, è anche una forza economica: mercato unico, moneta e capacità commerciale ci permettono di negoziare alla pari. Divisi, diventiamo dipendenti dall’energia russa, dalle tecnologie cinesi e dalle scelte industriali americane. Non è casuale che Elon Musk abbia salutato con entusiasmo la vittoria di AfD: un’Europa frammentata è più debole anche nei confronti del potere economico e tecnologico americano. La risposta alla cattiva politica non è l’antipolitica, che tanto piace a chi oggi critica il “sistema”, ma una politica capace di integrare senza ingenuità, garantire sicurezza senza capri espiatori e restituire fiducia con risultati concreti. Il 5 settembre abbiamo celebrato gli ottant’anni dell’Accordo di Parigi. De Gasperi e Gruber, sulle macerie dell’Europa dei nazionalismi, posero le basi della nostra Autonomia sostituendo alla sopraffazione la tutela delle minoranze, l’autogoverno e la convivenza. Quanto avviene in Germania parla anche al Trentino-Alto Adige/Südtirol.
Che cosa accadrebbe se una logica pangermanista considerasse il Südtirol parte dello spazio tedesco e il nazionalismo italiano rispondesse difendendo la propria “razza”? Di Autonomia ci riempiamo la bocca, ma essa non ha futuro davanti ai nazionalismi. Non è il contrario dell’Europa: è una delle forme più concrete dell’idea europea.
Chi alimenta il sovranismo e indebolisce l’Unione mentre dice di difendere la nostra Specialità sta demolendo l’unica casa politica nella quale essa può vivere. I trentini dovrebbero riflettere anche su questo. La pace e la prosperità conquistate dai nostri nonni e vissute dai nostri genitori non sono irreversibili. Noi le stiamo consumando e saranno i nostri figli a pagarne il prezzo.

