Se per sua natura la morte è uno scandalo, un evento che causa forte turbamento, la scelta di morire è un urlo muto che fa da detonante a mille commozioni, ciascuna con il proprio punto interrogativo. La scelta, il luogo, il come, il quando, sono messaggi che non si comprendono e che, da analfabeti dell’anima, ci sforziamo, senza sosta, di interpretare. A fronte di mille domande non rimane, allora, che l’illusione di comprendere, bussando alla porta del cielo.
Oggi, grande Dio, non abbiamo né forza, né tempo, né voglia di pregarti. Non abbiamo voglia di pregarti per l’anima sua e non abbiamo voglia di pregarti nemmeno per quella delle persone a cui mancherà, di quelle a cui è stato padre, fratello, amico, confidente, indifferente, antipatico, nemico.
Oggi, grande Dio, tu ci metti alla prova ancora una volta. E ci sembri spietato nel farlo. È bestemmia dirlo? Ci hanno detto che tu non sei spietato, che lo siamo noi nel non capirti, nel non saperti leggere, nel cercare col nostro banale quadrato di abbracciare il tuo sublime cerchio.
Ci hanno detto che sei sapienza e amore – il primo amore addirittura – divina potestà, giustizia e misericordia, madre tenerissima e signore degli eserciti. Sei troppe cose perché questa pulce d’acqua che dicono uomo possa capirti.
Oggi, grande Dio, ci hai scandalizzati. Prima ci hai blandito: a sera, quando advesperescit [si fa notte] e il mane nobiscum [resta con noi] è una nenia che sa di petto e di madre, la nostra lampada può ardere e farci coraggio, magari soltanto con una promessa di fiammella piccola, piccola, piccola, a stento alimentata da una goccia d’olio dopo l’altra, lente e avare. Poi, al mattino, ci hai sbattuto in faccia: la lampada è vuota e, come se non bastasse, dal suo beccuccio s’avvita al cielo un filo di fumo nero e acre che offende la gola.
Oggi ci hai fatto dubitare di te, grande Dio.
Ci hai detto: “Siete sicuri che io ci sia? Siete sicuri di non avermi inventato voi o, peggio, di non essere stati così cialtroni da aver deciso voi per me come io debba essere, cosa debba pensare, cosa possa fare, cosa possa sperare? Oh, bella questa: un Dio che può tutto e perde tempo a sperare invece di fare! Siete sicuri che io sia il Signore della vita, o ancora che la vita abbia un Signore?”
Ci hai fatto del male, oggi, grande Dio. E ancora una volta non siamo quasi capaci di chiedertene conto, perché i calcagni dei nostri padri, sporchi di fango e di secoli, ci hanno condotti, a bastonate quando serviva, lungo sentieri le cui pietre miliari dicevano tutte la stessa cosa: che tu non permetti il male se non per un bene maggiore.
Oggi hai lasciato che al balcone del nostro desiderio un altro capopopolo si affacciasse per offrirci la sua libertà: “Non c’è un Signore della vita. Ognuno è signore della propria vita e su di lei, come un antico pater familias, ognuno ha diritto di vita e di morte. Ius vitae necisque: una condanna travestita di potere. E cosa c’è di strano, allora, se qualcuno vuol disfarsi del suo vivere? Del suo tesoro e del suo fardello. Perché la vita è questo: tesoro e fardello.”
Oggi, grande Dio, ci hai detto che per bocca dei tuoi ministri annunci la Buona Novella per poi devastarci con il loro esempio disturbante.
Ci hai detto che l’ora terribile, quella tra le tre e le quattro del mattino, il nero abissale che dura un attimo lunghissimo, visita tutti, anche chi ogni giorno si sforza di esserti servo, e che a quell’ora si può soccombere.
Se il salto che dà la fine è faticoso per chi oltre l’ostacolo non scorge che il nulla ovattato dell’oblio, quanto più alta è l’asticella per chi crede che la sua ribellione ti farà muto per l’eternità, grande Dio? Perché, dopo averlo sostenuto per tutta la vita, sulla soglia non l’hai più fatto? Dov’eri? Come stava? Quale pensiero gli restò sulle labbra spaccate? A tal segno si spinge il tuo rispetto per la nostra libertà?
Oggi ci hai fatto riflettere non sul dono della vita, ma sullo scandalo della morte, e attendiamo che si plachino la tua ira e il nostro sgomento. Perché noi, grande Dio, anche se oggi non crediamo, non vogliamo, non sentiamo e non possiamo, comunque speriamo che domani tu ci regali una goccia di balsamo. E che ci dia un qualche segno per dare senso a quel niente opaco che ci ha serrato la gola, e ci ha lasciati con le ginocchia piegate a metà, in un aborto mostruoso di salto, e con gli occhi rivoltati all’indietro, forse al tuo cielo lontano, in una preghiera che pare essersi cominciata senza la forza per finirsi.
©josephtassone/iltrentinonuovo.it


1 commento
Non ci e consentito giudicare in casi come questo ancora meno ,e una scelta di vita come di morte
Da parte mia solo riposi in pace con se stesso