Che brutto scherzo da prete, “don”, se ti fossi limitato a uno scherzo. Ma tu che te ne vai senza permesso, in una notte che deve essere stata buia come questa nostra anima, resta per noi un cazzotto che ci ha stesi a terra.
Che brutta storia, “don”, che te ne vai da solo, ingoiato dentro una voragine, destinato a un loculo, pigiato in un posacenere… Con una piccola targhetta dozzinale (solo il nome e due date: l’alfa e l’omega).
Che brutta fine, “don”, senza funerale, senza folla, senza quelle lacrime (un acquazzone “don”) che già si fiottano attorno alla canonica. D’accordo, utili se vuoi per cominciare il lutto, per bagnare quella terra riarsa diventata ghiaccio come una grandinata, dentro la tempesta, scatenata senza avviso a devastare il nostro Ferragosto.
Dicono “don” che hai rifiutato tu la camera ardente e la veglia funebre. Dicono che hai lasciato scritti i tuoi desiderata. Dicono che non vorrai nessuno, tranne i tuoi più intimi nell’ultimo frammento del tuo viaggio. Dicono che sì, per concessione massima, avrai un prete (che ti è fratello e che non giudica) ad affidare il tuo destino alla misericordia dell’Altissimo.
Dicono… Si dicono tante cose in questi giorni tristi. E sai, i giornalisti (non tutti in verità) hanno imbrattato il foglio lasciandovi, distratti, qualche macchia: inopportuna, improvvida, incosciente.
No, nessuno “don”, nessuno di noi s’era allarmato nel vederti preparare i pacchi per quel trasloco tanto contrastato. Nemmeno i tuoi vicini di banco, gli affetti più nascosti. Nessuno, no, ha capito l’euforia di certi abbracci, quel canto del cigno che ti coglie prima del sospiro della fine.
Certo, nel rivedere i fotogrammi sparsi, i frammenti degli ultimi giorni, nel riannodare i fili del ragionamento postumo, qualche segnale forse c’era. Il dimagrimento rapido, la barba mal curata, i messaggini di whatsapp lasciati senza spunta, gli occhi lucidi e il sorriso triste. Troppo poco e troppo tardi. Per capire.
Che dire “don” che già non si sia detto con queste nostre povere parole? Che ci resta da dire allora, se non del bene che hai voluto e che una folla ti ha restituito (appagando il tuo sentirti vivo)?
Ci resta solo da affidare il “coccodrillo” per il tuo “non funerale” a quel poeta laico e così profondamente religioso che si chiama Roberto Vecchioni e che ha raccontato i suoi e i nostri tormenti nella “stazione di Zima”:
“C’è un solo vaso di gerani dove si ferma il treno /E un unico lampione che si spegne se lo guardi/ E il più delle volte non c’è ad aspettarti nessuno/ Perché è sempre troppo presto o troppo tardi/ “Non scendere” mi dici/ “Continua con me questo viaggio”/ E così sono lieto di apprendere che hai fatto il cielo/ E milioni di stelle inutili come un messaggio/ Per dimostrarmi che esisti, che ci sei davvero/
Ma vedi, il problema non è che tu ci sia o non ci sia / Il problema è la mia vita quando non sarà più la mia…/ Lasciami, questo sogno disperato d’esser uomo / Lasciami, questo orgoglio smisurato/ Di esser solo un uomo./ Perdonami, Signore, ma io scendo qua/ Alla stazione di Zima”.
L’ultimo frammento lo lasciamo a un altro poeta, a Faber (Fabrizio de André), che ti ha preceduto 27 anni fa lasciandoci quella sua straordinaria “Preghiera in gennaio”:
“[…] Meglio di lui nessuno /Mai ti potrà indicare/ Gli errori di noi tutti/ Che puoi e vuoi salvare/ Ascolta la sua voce/ Che ormai canta nel vento/ Dio di misericordia/ Vedrai, sarai contento”.

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