In quell’anno cruciale, il 1926, il fascismo era all’apogeo. La macchina del consenso marciava a pieno regime. Si era cominciato ad aprile con l’istituzione dell’Opera Nazionale Balilla per l’educazione e l’indottrinamento della gioventù. Avrebbe dovuto contrastare l’altra “Chiesa”, quella istituzionale, cattolica, che aveva affidato l’indottrinamento dei giovani agli Oratori parrocchiali. Tra l’autunno e l’inverno del 1926 furono promulgate le “leggi fascistissime”, con lo scioglimento di tutti i partiti di opposizione, l’istituzione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato e l’istituzione della polizia politica. Nell’ignavia del re “sciaboletta”, per il fascismo si apriva un’autostrada.
Sul piano locale, nell’undicesimo anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria – pertanto anche contro il Trentino che era terra austriaca e che l’Italia sabauda intendeva “redimere”, cioè annettere, come poi avvenne, “manu militari” – il 25 maggio 1926 nasceva il coro alpino della Sosat, la sezione operaia della Società degli alpinisti tridentini. Al castello del Buonconsiglio, a Trento, per iniziativa di Nino Peterlongo (che nel 1921 aveva fondato la Sosat), un gruppo di giovani si cimentò con alcuni canti popolari. Lo fecero, per timidezza, dietro un paravento. C’erano, tra loro, come ha ricordato in questi giorni il presidente del coro della SAT, Mauro Pedrotti, i quattro fratelli Pedrotti: Enrico, Mario, Silvio, Aldo. Mauro è uomo di gesti misurati (quando dirige il coro se ne sta in disparte e muove impercettibilmente le dita della mano destra tenuta in basso) e di poche parole. Rammenta solo che i quattro fratelli Pedrotti, al tempo della Grande guerra erano stati sfollati in Boemia e in Austria, e che al loro ritorno a Trento (al numero 8 di vicolo Gaudenti) avevano ricordato melodie e canti popolari sentiti e appresi nelle città di legno dell’impero svaporato nel rimescolamento della Storia.
Silvio Pedrotti raccontava: “Parecchie canzoni pubblicate nel nostro repertorio sono tratte dai ricordi della nostra fanciullezza, tramandate dai miei genitori che a loro volta le avevano apprese dalla tradizione”.
In verità, i primi timidi approcci alla coralità popolare si erano manifestati già in precedenza, al principio del “secolo breve”, nel 1904 tra le fila del Club mandolinistico “Armonia”.
Tuttavia, la coralità alpina data il proprio esordio al 25 maggio 1926. Con il coro chiamato “della Sosat”, vale a dire della società operaia degli alpinisti che amavano la montagna. E quell’aggettivo “operaia”, in pieno regime fascista costerà alla Sosat il commissariamento (1931) e la cancellazione delle iniziali “So” dell’acronimo che diventerà così (1938) “coro della SAT”, perché parlare di Società Operaia sapeva di bolscevismo.
Poi venne la guerra, molti coristi furono chiamati al fronte. Il coro si spense e si disperse. Fu riacceso nel maggio del 1945, recuperato dalle macerie dell’odio dal sindaco di Trento, Gigino Battisti, figlio dell’irredentista Cesare, il quale incaricò della ricostruzione di Sosat e relativo coro lo stesso Nino Peterlongo delle origini. La bacchetta della direzione corale passò in mano a Franco Sartori cui seguì Giuseppe Fronza detto “Bepi bozzetta” per il fatto che faceva l’erborista e vendeva boccette con gli oli essenziali.
Sul finire di quell’anno cruciale, i fratelli Pedrotti, affermati fotografi professionisti, recuperarono la vecchia sigla della SAT e diedero vita a un nuovo complesso corale. Diverso e, per molti versi, concorrenziale con quello della Sosat. Uno sdoppiamento che giovò, quasi una competizione, all’uno e all’altro coro.
In verità ci fu una lunga “querelle” sulla proprietà e dunque sui diritti del celebre brano della “Montanara” che la Sosat ha potuto riprendere solo in anni recenti. Quando, passati settant’anni, anche i diritti perdono l’esclusiva. E tutto si ricompone in un abbraccio corale, come quello visto la sera del 25 maggio 2026 all’Auditorium del Santa Chiara a Trento.
Mauro Pedrotti, che ha tenuto le redini del coro “di famiglia” fino allo scadere del centenario della coralità alpina, ha rammentato i “cinque evangelisti” che hanno dato anima e musica al repertorio della SAT: Luigi Pigarelli, Antonio Pedrotti, Andrea Mascagni, Renato Dionisi e Arturo Benedetti Michelangeli.
Nel concertone del centenario dei due cori – Sat e Sosat – andato in scena all’Auditorium del Santa Chiara a Trento, il coro della SAT ha proposto dieci brani, due per ciascuno dei “cinque evangelisti”. Lo ha fatto, alternando la direzione fra Mauro Pedrotti e la nuova direttrice Fiorella Monsorno.
Andrea Zanotti, presidente del coro della Sosat, ha ricordato le origini, la comune matrice di SOSAT e SAT, la diffusione del contagio canoro che ha germinato centinaia di cori del canto popolare in tutta Italia. Che ha dato voce a “protagonisti sconosciuti le cui microstorie, grazie a quel canto popolare, hanno assunto profili universali, attraversato un secolo e giunte sino a noi”.
E dopo il coro della SAT, la potenza dei coristi della SOSAT, dal 2011 sotto la bacchetta di Roberto Garniga. Altri dieci brani da pelle d’oca.
Si era cominciato con i due cori uniti nella “Montanara”, si è finito con “l’Inno al Trentino” il cui testo fu composto nel 1911 da Ernesta Bittanti Battisti e musicato da Guglielmo Bussoli. Un’apoteosi, degna di un centenario.
©iltrentinonuovo.it

