Grandi manovre (sotterranee) e fibrillazione in crescendo rossiniano dalle parti della Federazione Trentina della Cooperazione, una gigantesca ragnatela di 398 cooperative, 12 consorzi, 19 società di sistema (dati 2024). La base sociale è formata dal 60% della popolazione trentina. Infatti sono 327.453 le persone che figurano tra i soci di una o più società cooperative (da quella di consumo, nel credito, nell’agricoltura, nel lavoro). I dipendenti sono 23.152, i posti di lavoro 38.967, il fatturato di quasi 4 miliardi di euro, il patrimonio netto di 2 miliardi e mezzo, l’utile di 89 milioni di euro. Una holding dell’economia e del sociale governata da un consiglio di amministrazione la cui scadenza è alle porte.
Il presidente, Roberto Simoni, in carica con un secondo mandato fino al prossimo 12 giugno, ha già fatto sapere di “essere disponibile” a proseguire nel gravoso incarico. Peraltro ben retribuito. Perché, oltre alla presidente della Federazione Trentina della Cooperazione, a caduta, ci sono altre poltrone: vicepresidenze e consigli di amministrazione vari. Insomma, non proprio noccioline.
Ma a quella poltrona apicale aspirano in molti, a cominciare dai cinque vicepresidenti che rappresentano i settori principali della galassia cooperativa: Italo Monfredini (vicario), Stefano Albasini, Paola Dal Sasso, Camilla Santagiuliana Busellato, Silvio Mucchi. Nel consiglio di amministrazione siedono, inoltre, 16 rappresentanti di cooperative del consumo, del credito, del lavoro, dei servizi.
I cinque vicepresidenti, nei giorni scorsi, hanno provato con la “moral suasion” a dire al presidente uscente che sarebbe stato utile, per il movimento cooperativo, compiere da parte sua “un passo indietro”. “Per non esporre la tua generosa disponibilità (a ricandidare) ad una bocciatura”.
“Ne parleremo – aveva fatto sapere il “giubilato” – nel consiglio di amministrazione dove ci sarà un confronto franco”. Il confronto c’è stato, è durato fino a notte fonda, ma Simoni non ha ceduto alle sollecitazioni a farsi da parte.
E come, come ha ben spiegato Ubaldo Cordellini su “Il-T quotidiano” del 10 marzo, la “Federcoop è divisa, il cda non vota. Più di metà del consiglio è critico, ma manca un’alternativa a Simoni”.
A questo punto si fa più concreta l’ipotesi della ricerca di un “papa straniero”. Torna così in primo piano il nome dell’attuale assessore provinciale alla sanità, Mario Tonina (che ha maturato esperienza cooperativa alla Federazione provinciale degli Allevatori trentini) e che gradirebbe molto aggiungere al proprio “cursus honorum” la spilla d’oro con brillante del fascio delle verghe clesiane, simbolo della cooperazione trentina. Tonina è cresciuto alla scuola democristiana dei sussurri e dei ragionamenti, delle disponibilità a occupare gli scranni e del diniego a volerli per proprio tornaconto ma solo per “spirito di servizio”. Ed ecco che su questo nome cominciano a circolare distinguo e veleni… come sempre accade quando, evangelicamente sia chiaro, i pavidi lanciano il sasso e nascondono la mano.
Ma se papa straniero deve essere, un nome per la presidenza di quel colosso che la Federazione della Cooperazione trentina lo avanza questo foglio liquido. A sua insaputa, ça va sans dire. Perché non spalancare le porte di via Segantini al notaio Paolo Piccoli, il quale vanta un curriculum straordinario, esperienza da vendere e pazienza e saggezza da esportare? Se non fosse stato per l’ingordigia di qualcuno, il suo nome avrebbe potuto ben figurare quale candidato presidente della Provincia autonoma di Trento. E per l’autonomia trentina sarebbe stata un’altra narrazione.
Come spiegava in televisione il maestro Manzi: “Non è mai troppo tardi”.
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