Il dibattito di questi giorni sulla legge finanziaria dello Stato rimanda a immagini relegate ai libri di storia. Nel 1586, in piazza S. Pietro a Roma, gli operai del papa Sisto V (1585-1590) erano impegnati a sollevare il pesante obelisco quando gli argani si bloccarono. Nell’imbarazzo generale, un marinaio ligure, lì presente, gridò: “Acqua alle corde”. Bagnate, le corde avrebbero subìto una contrazione e smosso in tal modo gli argani. Oggi, quell’espressione si usa quando, di fronte a un ostacolo che pare insormontabile, va cercata una soluzione geniale.
Si potrebbe per l’appunto definire “acqua alle corde”, l’idea di far emergere l’oro acquistato in nero dagli italiani con la promessa di un dimezzamento della tassa al momento della vendita. Tanto per raggranellare in tal modo una ipotetica manciata di milioni di euro e dare fiato al bilancio dello Stato. Un condono mascherato, tanto per non smentire la tradizione di famiglia. Pur non masticando finezze di economia e di mercato, a noi l’idea pare bizzarra. Ma forse sbagliamo. Tuttavia, la genialata offre la corda per recuperare dal cassetto della storia un frammento di quell’infausta stagione che fu il fascismo in Italia.
Accadde esattamente 90 anni fa, il 3 ottobre 1935. Nel tentativo maldestro di cancellare la sconfitta di Adua del 1896 e (ri)dare un Impero all’Italia, Mussolini aveva ordinato l’aggressione all’Etiopia. La propaganda fascista preparava la guerra di Etiopia già da qualche mese. Fu diffusa una canzonetta che diceva: “Faccetta nera, bella Abissina, ti porteremo a Roma, liberata … Sarai in camicia nera pure tu”. “Faccetta nera” era stata composta nell’aprile del 1935 da Mario Ruccione su testo di Renato Micheli.
Ma alla Società delle Nazioni il programma di trasformare “Faccetta nera, in bella italiana” proprio non era andato giù. Pochi giorni dopo l’invasione dell’Etiopia, i rappresentanti di 52 Stati membri avevano condannato il governo Mussolini come aggressore e comminato all’Italia l’embargo sulle armi, la sospensione di prestiti e di crediti. In tutta risposta, il Governo del Regno d’Italia decretò la riduzione del consumo di carne, la chiusura anticipata delle sale da cinema e teatro… Le prove generali che avrebbero portato nel 1940 al razionamento dei beni alimentari e alla introduzione della tessera annonaria.
Poca cosa, in quel frangente, sufficiente peraltro a Mussolini per far passare da vittima agli occhi del popolo l’intera nazione. E sollecitare, per contro, un moto d’orgoglio. Il 18 novembre 1935, giorno di entrata in vigore delle sanzioni, il Gran Consiglio del Fascismo indicò quel giorno “data di ignominia e di iniquità nella storia del mondo”.
La mobilitazione delle masse si accompagnò con una politica di austerità (il tempo dell’autarchia). L’Italia era un Paese contadino. Fu ordinato di portare all’ammasso, nei magazzini del Governo, la maggior parte del raccolto di grano, patate e altre derrate alimentari.
Se tale imposizione scontentò gran parte della popolazione, un’altra iniziativa fu invece accolta con entusiastiche manifestazioni di adesione: “L’oro alla Patria”.
Il 18 dicembre 1935 fu promulgata la “Giornata della Fede”. Le spose furono invitate a donare l’anello nuziale alla Patria, ma anche ori, orecchini, gioielli, spille, medaglie… Con la benedizione del vescovo di Terracina, Mussolini si piazzò sulla scalinata dell’altare della Patria, in prossimità di Palazzo Venezia, per ricevere dalle donne – la regina Elena di Montenegro e Rachele Mussolini per prime – l’oro per la patria. A Roma furono raccolti 250 mila anelli, a Milano 180 mila. Una lunga teoria di donatrici e donatori illustri (dal re Vittorio Emanuele III a Gabriele D’Annunzio, da Pirandello a Guglielmo Marconi) salirono all’altare della Patria per lasciare onorificenze o sigilli d’oro. Alle donne che donavano la loro fede nuziale era dato, in cambio, un anellino di ferro. Furono raccolte in tutto il Paese quasi 34 tonnellate di monili d’oro e 94 tonnellate di manufatti d’argento.
Sono passati 90 anni, la situazione del Paese è sotto gli occhi di tutti. Oro alla Patria e acqua alle corde. Per chi dissente: acqua in bocca. Sai che risate dalle parti del Governo.

