Il massacro compiuto il 7 ottobre di due anni fa dai terroristi di Hamas (1194 vittime e circa 250 persone rapite) che ha innescato la vendetta del governo di Israele (67 mila morti di cui 18.400 bambini nei bombardamenti israeliani della striscia di Gaza) ha rinfocolato nel mondo fiammate di antisemitismo.
Quest’anno cade il 130° anniversario dell’odissea del capitano ebreo francese Alfred Dreyfus. L’Assemblea nazionale francese ha approvato, in proposito e quasi all’unanimità, una legge composta da un solo articolo che così recita: “La Nazione francese, amante della giustizia e che non dimentica, eleva, a titolo postumo, Alfred Dreyfus al grado di generale di brigata”.
Si tratta di un atto riparatore di grande valore, anche perché prova a sigillare – e quindi a consegnare definitivamente alla storia – uno dei più noti e tristemente celebri casi di antisemitismo in Europa.
A cavallo fra il XIX e il XX secolo, la lunga e terribile vicenda di quest’ufficiale di origini alsaziane attraversa il continente ed è conosciuta da tutti. Oggi non molti ricordano quegli eventi, il loro dipanarsi e le loro implicanze e fra esse anche la spinta che la persecuzione contro Dreyfus impresse al progetto di costruzione di uno “Stato degli ebrei”. Si tratta di un’idea vagheggiata da alcuni intellettuali ebrei dell’Europa orientale già nella seconda metà dell’Ottocento e raccolto poi da un giornalista ebreo ungherese che sta seguendo il dramma giudiziario di Dreyfus, fortemente venato di antisemitismo. Quel giornalista si chiama Theodor Herzl e diventerà, in breve, il padre del sionismo, quale forma di risposta possibile alle persecuzioni antisemite dell’epoca, virulente soprattutto nella Russia zarista, per offrire una patria agli ebrei, dove poter vivere senza lo spettro incombente del pogrom e della distruzione.
Ma chi è Alfred Dreyfus, il protagonista di questa storia?
Ultimo figlio di nove dell’industriale Rapahel Dreyfus e di sua moglie Jeannete Libmann-Weill, il piccolo Alfred nasce il 9 ottobre 1859 in Rue Sauvage a Mulhouse, capoluogo dell’Alsazia. Dodici anni dopo, la Francia, sconfitta a Sedan dalla Prussia di Bismarck, deve cedere le regioni della Lorenza e dell’Alsazia al Reich germanico. La popolazione viene messa davanti al problema dell’opzione: rimanere e diventare tedeschi di conseguenza, oppure andarsene conservando così la propria identità francese? I Dreyfus, al pari di molte altre famiglie ebraiche, seguono questa seconda strada e si trasferiscono dapprima a Basilea, in Svizzera e poi a Parigi, dove il giovane Alfred si iscrive all’istituto militare dell’“Ècole de Polytechnique” e, nel 1878, ottiene il brevetto di ufficiale di artiglieria.
Trascorre così i suoi primi anni di carriera militare, alternando attività d’ufficio ad esercitazioni pratiche, fino a quando, nell’anno 1890, viene ammesso alla “Ĕcole de Guerre”, centro di specializzazione per gli ufficiali dell’esercito francese. Quello stesso anno, Alfred sposa Lucie Hadamard, originaria di Metz e figlia di una agiata famiglia di commercianti ebrei di preziosi. Due figli, Pierre nel 1891 e Jeanne nel 1893, allietano la vita della coppia, che scorre tranquilla nella “Ville Lumière” fino al 1894.
Il 26 settembre di quell’anno, il maggiore Hubert Joseph Henry, vice direttore del Controspionaggio del “Deuxième Bureau” (il Servizio segreto francese), riceve alcuni documenti trafugati dall’ufficio dell’addetto militare dell’ambasciata tedesca, Maximilian von Schwartzkoppen, da parte di Madame Marie Bastian, una spia infiltrata come domestica. Fra quei documenti c’è un foglio, scritto a mano, che contiene informazioni molto riservate sull’armamento pesante francese. Le attenzioni del maggiore Henry si appuntano, quasi subito, sul capitano Alfred Dreyfus il quale, il 15 ottobre, viene convocato, con un pretesto, al Ministero della Guerra, dove viene sottoposto ad una sorta di “prova calligrafica”, davanti al maggiore Du Paty de Clam, al fine di dimostrare la somiglianza della grafia di Dreyfus con quella del documento segreto rinvenuto nell’ambasciata del Kaiser.
Al termine della “prova”, il trentacinquenne capitano del 14.mo Reggimento di artiglieria addetto allo Stato maggiore dell’esercito, viene arrestato segretamente, con l’accusa di spionaggio a favore del Reich. Dal 19 al 22 dicembre si svolge un processo, a porte chiuse, davanti alla Corte marziale che giudica Dreyfus colpevole di tradimento, nonostante due esperti calligrafi negano assolutamente che la grafia del documento segreto sia quella del capitano. La condanna è severa: deportazione perpetua e perdita del grado. La mattina del 5 gennaio 1895, nella piazza d’armi dell’“Ĕcole militaire”, il capitano Alfred Dreyfus viene degradato con disonore davanti alle truppe schierate. Il 22 febbraio successivo inizia la deportazione nella colonia della Guyana francese – a “la Cayenne” – da dove viene poi trasferito sull’Isola del Diavolo, in completo e totale isolamento.
Gli sforzi della famiglia Dreyfus e l’inflessibile dichiarazione di innocenza sempre pronunciata dall’ufficiale in ogni circostanza, non servono a nulla. Scrive in proposito “La Libre Parole”, noto giornale antisemita: “E’ sempre l’ebreo che tradisce la patria!” La vicenda sembra quindi conclusa definitivamente e così è fino all’anno successivo.
Qualche dubbio – Con l’anno 1896, il tenente colonnello Georges Picquart, subentrato nel frattempo al maggiore Henry alla guida dell’Ufficio Statistica del Controspionaggio, viene in possesso di un telegramma indirizzato al numero 27 di Rue de la Bienfaisame ed intestato a “Monsieur le Commandant Esterhazy”. Il telegramma è molto equivoco e spinge così Picquart ad indagare fino a quando, nell’agosto successivo e attraverso ripetuti confronti calligrafici, egli identifica l’autore del documento segreto che ha portato Dreyfus nell’orrore dell’Isola del Diavolo. Si tratta del maggiore conte Ferdinand Walsin-Esterhazy. Picquart denuncia la sua scoperta, ma non trova ascolto e anzi viene, improvvisamente, destinato in Tunisia ed Algeria in “missione speciale”.
Nel frattempo, a seguito della falsa notizia di un possibile tentativo di fuga di Dreyfus, ogni notte viene incatenato al letto e subisce altre inutili costrizioni ed umiliazioni. Il 18 settembre 1896, Lucie Dreyfus si appella alla Camera dei Deputati e chiede giustizia per il marito, evidenziando e dimostrando parecchie storture nella procedura processuale. Invano. Nessuno le presta ascolto. Ciò nonostante, il 6 novembre lo scrittore ebreo Bernard Lazare pubblica a Bruxelles un opuscolo in difesa del capitano Alfred Dreyfus. E’ il primo timido passo in difesa di un condannato ritenuto innocente. Nel giugno seguente, il tenente colonnello Picquart, rientrato in Francia, consegna all’avvocato Louis Leblois tutte le prove raccolte a favore dell’innocenza di Dreyfus e della colpa di Esterhazy. Picquart non agisce però per empatia o solidarietà verso Dreyfus. Anzi. Egli è convintamente antisemita, ma si batte per il trionfo della verità e secondo le regole dell’onore militare, è disposto ad andare fino in fondo. Costi quel che costi.
Sulla base delle prove fornite da Picquart, l’avv. Leblois coinvolge allora il senatore Scheurer-Kestner che, convintosi dell’innocenza di Dreyfus, interviene in suo favore presso il Presidente della Repubblica e il Ministro della Guerra. Sono altri sforzi che rimangono inascoltati, mentre l’ex capitano langue in condizioni spaventose dentro una prigionia diabolica. Il 15 novembre 1897, il fratello di Alfred, Mathieu, denuncia sulle pagine del giornale “Temps” il maggiore Esterhazy, quale autore degli atti di spionaggio imputati a Dreyfus. Esterhazy, anche contando sul sicuro appoggio del Controspionaggio, decide di sottoporsi al giudizio di una Corte marziale al fine di ottenere la completa assoluzione da ogni accusa. Così avviene il 20 gennaio 1898 e l’imputato, dichiarato non colpevole, viene acclamato da una folla antisemita.
J’accuse – Tre giorni dopo l’assoluzione di Esterhazy, il giornale “L’Aurore” pubblica un articolo firmato dal celebre scrittore Emile Zola, sotto il titolo: “J’accuse”.
Si tratta di una pesante e documentata requisitoria contro lo Stato maggiore dell’esercito e i vari Ministri della Guerra, colpevoli, secondo Zola, della condanna atroce di un innocente e dell’assoluzione del vero colpevole. L’articolo viene subito diffuso in trecentomila copie e presto varca i confini francesi, suscitando ovunque grandi emozioni e contribuendo ad una divisione profonda della società europea dell’epoca fra innocentisti e colpevolisti. Lo scrittore viene quindi querelato e la Corte d’Assise lo condanna ad un anno ed al pagamento di una pesante sanzione. Zola ricorre in appello e, nel frattempo decide di trasferirsi in Gran Bretagna.
Nel frattempo il ten. col. Picquart viene radiato dall’esercito, con l’accusa di aver divulgato documenti riservati, che sono in realtà le vere prove con le quali si può smascherare Eszterhazy. Non pago, Picquart scrive al Ministro della Guerra Cavaignac, che ha appena ribadito la colpevolezza di Dreyfus, contestando gli atti del fascicolo d’inchiesta, sostenendo che si tratta di falsi e contraffazioni e garantendo di poterlo dimostrare. Inoltre, l’ex tenente colonnello sostiene che una prova fondamentale è stata contraffatta. Sulla scorta di tali dichiarazioni, il Ministro Cavaignac convoca il maggiore Henry il quale, messo alle strette, confessa di essere lui l’autore delle contraffazioni, dei falsi e della manomissione delle prove. E’ il 31 agosto 1898 e il maggiore Henry viene messo agli arresti. Il giorno seguente lo trovano morto nella sua cella: suicidio o omicidio? Rimane un mistero insoluto, ma questa morte innesca una reazione a catena. Il Ministro Cavaignac si dimette e così fa anche il Capo di Stato maggiore dell’esercito, gen. de Boisdreffe, mentre il governo francese e poi la Corte di Cassazione accolgono la richiesta della moglie di Dreyfus per una revisione del processo, sulla scorta della nuova situazione emersa dagli accadimenti occorsi. Sembra che tutto possa trovare aggiustamento, ma le sorprese sono sempre dietro l’angolo.
Nonostante tutto… – Il 3 giugno 1899, il maggiore Esterhazy, in un’intervista rilasciata a Londra dove si è rifugiato, confessa pubblicamente di essere lui la vera spia dei tedeschi, ma di aver agito “dietro istruzioni note sia al Ministero della Guerra, sia al gen. de Boisdreffe”. Sei giorni dopo Dreyfus, pesantemente provato nel corpo e nello spirito, inizia il viaggio di ritorno in Francia, per sottoporsi ad un nuovo procedimento davanti alla Corte marziale a Rennes.
Il 7 agosto il dibattimento ha inizio e dura ben trentatré giorni, dopo i quali la Corte marziale emette la sentenza. Nonostante tutto: colpevole! La pena è ridotta a dieci anni e la vicenda pare ormai definitivamente chiusa.
Seppur riluttante, Dreyfus accetta il consiglio della sua famiglia e chiede la clemenza del Presidente della Repubblica Loubet, ottenendola subito. Si ritira a vivere a Carpentras, nel sud del paese. Quattro anni dopo, nel 1903, nonostante tutto, il caso riscoppia quando il socialista Jaures, alla Camera dei Deputati, chiede la riapertura formale dell’inchiesta avendo saputo di molte altre manomissioni volte a rafforzare le false accuse contro Dreyfus. Quest’ultimo, sulla base dei nuovi elementi, chiede la revisione del processo e, il 28 luglio 1903, l’istruttoria ricomincia dall’inizio.
Ci vogliono tre anni fino a quando, il 12 luglio 1906, la Corte di Cassazione riconosce finalmente la piena innocenza di Alfred Dreyfus da tutte le accuse, annullando ogni sentenza precedente. Il giorno dopo, il Parlamento vota il reintegro nell’esercito e la promozione al grado di maggiore, mentre l’ex tenente colonnello Picquart, dopo essere stato reintegrato a sua volta, viene promosso generale e pochi giorni dopo diventa Ministro della Guerra nel governo guidato da Clemenceau.
Il 21 luglio 1906 Dreyfus, nella stessa piazza d’armi dell’“Ĕcole militaire” dove dodici anni prima aveva subito l’umiliazione della degradazione, viene insignito della più alta onorificenza francese – la “Legion d’onore”. Richiamato in servizio allo scoppio della prima guerra mondiale, gli assegnano il comando di un reparto di artiglieria posto a difesa di Parigi e solo tre anni dopo, finalmente, viene inviato al fronte dove si batte con coraggio ed onore. Poi la guerra finisce e Dreyfus viene promosso tenente colonnello, ma il bilancio del conflitto per lui, come per milioni di europei, è oltremodo amaro. Ha perso un figlio, Ĕmile e due suoi nipoti, mentre l’altro figlio, Pierre, ritorna dal fronte pluridecorato e con il grado di capitano, onorando così il nome di suo padre, ancor prima che quello della Francia. Ebrei francesi, orgogliosi d’esserlo e pronti a servire la loro patria. Questi sono i Dreyfus.
Il 12 luglio 1935, Alfred muore nella sua casa di Parigi all’età di 76 anni, consegnando la sua vicenda emblematica alla storia universale dell’odioso pregiudizio antisemita.
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