Un aneurisma cerebrale, la neurochirurgia, la depressione e la rinascita. Tutto dentro le pagine di un libro dal titolo evocativo “Con-Te-Sto” (Poliedricamente edizioni) che Valentina Caresia, di Fornace, ha dato alle stampe per testimoniare la propria gratitudine a chi l’ha salvata prendendola per i capelli, ma soprattutto per dire grazie alla vita. Valentina è la coordinatrice del Nido dell’Università degli Studi di Trento.
“Noi siamo fatti del tessuto dei sogni” (William Shakespeare). E il tessuto dei sogni è paradossalmente robusto, anche quando viene stropicciato da imponderabili accadimenti resiste: trama stretta e ordito predisposto dal con-te-sto di vita, in cui la memoria umana individuale traccia percorsi proiettati nel futuro sospeso sullo sfondo denso di una più complessa storia collettiva. Nello specifico il labirinto di Valentina è contestualizzato in un percorso di ecologia interiore che è chiaramente delineata dalla scrittura sillabata di con-te-sto, in cui si tratteggia con immediatezza l’affollato quadro solidale che delinea lo sfondo sociale della narrazione: dalla positiva pluralità di condizioni culturali, economiche e ambientali in cui vive una persona.
Il libro presenta l’affresco esistenziale dell’autrice, Valentina Caresia, (Vale per gli amici, in tutti i sensi…) durante una fase di particolare fragilità nella sua vita di donna -in carriera, responsabile e capace- che si confronta con un’improvvisa grave patologia, sullo scenario popolato da una miriade di personaggi delineati nei loro ruoli di comprimari. La assodata funzione catartica della scrittura è certamente mirata al superamento del trauma mediante la narrazione di sé, ma dal conflitto di emozioni a volte difficilmente represse attraverso il tempo del ricordo si coglie una forte carica emotiva in questa storia di vita, che è delineata senza sbavature dall’obiettivo di Vale: condividere umanamente la sua esperienza per donare aiuto. E non è stato certamente facile parlare delle difficoltà vissute per trasmetterle senza scadere nel pietismo.
La protagonista riporta con lucidità e straordinaria capacità di scrittura la sua difficile testimonianza, fatta di intimità che oscilla sovente tra il buco nero della non speranza e la forza indomita di chi ha deciso di farcela, forse oltre il raziocinio della speranza.
Il labirinto di Valentina non è solo la cronaca puntuale della sua malattia e del percorso di guarigione bensì anche una lucida riflessione emotiva ad ampio spettro generosamente condivisa, usando parole che rappresentano il modo in cui traduciamo la nostra esperienza interiore in concetti comprensibili: delineando altresì la rielaborazione cognitiva di un evento negativo per distaccarcene, permettendo di penetrare le più intime reazioni e riordinare i pensieri.
Approdare alla lucida consapevolezza degli accadimenti di cui siamo stati protagonisti non è sempre un obiettivo semplice e lineare, sovente è come giungere all’uscita di un labirinto, perché le stesse parole che usiamo influenzano il nostro stato d’animo e di conseguenza, il nostro comportamento.
Ma non possiamo neppure rinunciare al potere liberatorio di mettere nero su bianco pensieri ed emozioni estraendo così i vissuti dolorosi dall’inconscio, perché la mente li rielabora attraverso il meccanismo radicato nella definizione di catarsi della psicologia e della filosofia classica. La formula magica abracadabra deriva dall’aramaico avrah kadabra che significa letteralmente “io creerò come parlo”: e Vale come scritto ha creato la sua nuova vita condividendo generosamente il percorso fatto. Grazie Vale!


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Una Grande Donna