Siamo proprio sicuri che tutte le colpe della sanità trentina vadano ascritte al dott. Ferro il quale, a dispetto del cognome, pare non disdegnare di piegarsi come un giunco ai voleri delle aquile di piazza Dante? Non di tutte, in verità, solo di Fugatti e dei suoi cari. Con Mario Tonina (1958), il cireneo che pur di figurare nel corteo funebre dell’autonomia ha accettato di caricarsi la croce assessorile provinciale alla salute, pare non corra grande feeling. Quest’ultimo ha ben da ventilare o minacciare le dimissioni, perennemente posticipate come le promesse elettorali.
“Me ne vado se non sarà risolto il caos informatico del CUP (centro unico di prenotazione) e dei prelievi” dichiarò tra lo stupore generale a metà gennaio del 2026. Si prese due giorni per riflettere. Passò sabato, venne domenica. Resta o se ne va? si chiedevano curiosi i cronisti, i bookmaker, gli allibratori che puntavano su un altro ronzino.
Il lunedì, rinvigorito dalla “laudatio” di Fugatti (“come lui non c’è nessuno”) Tonina innestò la retromarcia. Nonostante o forse proprio perché Alessio Manica e Paolo Zanella del PD quelle dimissioni le avevano sollecitate a gran voce. Poi si è preso un mese di ulteriore ripensamento decidendo infine che “Parigi val bene una messa”.
Del resto Tonina non è atterrato sul pianeta della Provincia senza arte né parte, come molti suoi colleghi baciati solo dalla buona sorte. Ha frequentato la scuola di partito e i vitelli democristiani li ha accompagnati al macello chiamandoli tutti per nome.
Adesso quella tradizione vorrebbe resuscitarla il già senatore (democristiano) Ivo Tarolli, vagheggiando un centro che la polarizzazione e il populismo hanno spazzato via da lunga pezza. I buoi fuggiti dalla stalla pascolano ormai in altre praterie. Che siano più pingui di quella democristiana è tutto da vedere. Certo che in fatto di promesse, di tagli di nastro plurimi per opere futuribili, di strette di mano e di photo opportunity, il padano-leghista Fugatti si è dimostrato più democristiano dei democristiani d’antan.
Ed è talmente abile che ha provato ad autoassolversi persino davanti ai dati statistici che non hanno colore di partito perché AGENAS (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) è un ente pubblico non economico. Ebbene a fine giugno 2026 AGENAS ha indicato la Provincia autonoma di Trento come fanalino di coda, fra le regioni, quanto al rispetto dei tempi massimi di garanzia per la prima visita specialistica richiesta alla sanità pubblica. Nel primo semestre del 2025 Trento aveva soddisfatto il 63,1% delle richieste. Un anno dopo, nel primo semestre 2026, il rispetto dei tempi di attesa è crollato al 54,7%.
Il cireneo Tonina ha tentato di giustificare il crollo e la “maglia nera” assegnata alla Provincia di Trento come conseguenza dei disservizi nel sistema informatico della sanità pubblica. C’è sempre un capro espiatorio pronto alla bisogna.
Per consolarsi e tentare di consolare coloro che sfiduciati hanno abbandonato le liste d’attesa ed ottenere pronta risposta dalla sanità privata (chissà perché il privato risponde subito e il pubblico boccheggia?) si è proclamato che il rispetto dei tempi per gli esami diagnostici è in miglioramento (si è passati dal 76,7% al 77%). Sai che grande performance.
Intanto, l’assessore alla salute di una sanità poco in salute, manda a dire che il suo obiettivo è “ridurre le liste d’attesa e garantire una risposta tempestiva”. Forte del dato che, negli ultimi mesi, le 24 mila richieste di appuntamento sanitario sono scese a 11 mila.
Per chi chiama il CUP e ha bisogno di una visita urgente al momento quelle sono soltanto parole. Sempre che fra gli utenti (pardon: tra i clienti, perché la Sanità è un’Azienda) non comincino a dilagare le parolacce.
E il principale partito dell’opposizione che cosa fa? Interroga, come se tutti fossero Maestri in una scuola di asini. Di imparare a scendere in piazza, alzare gazebo, punti di incontro, viaggi nella periferia (a meno che non siano quelli della solidarietà ai danneggiati dal fuoco) come facevano i padano-leghisti di antica opposizione, proprio non si parla.
Chiacchiere tante, interrogazioni a go go. Senza riscontro e senza storia. Del resto non se la passa meglio la pattuglia del Campobase che taluni hanno già battezzato come “camposanto”.
Con una opposizione siffatta, Fugatti, che a dispetto dello scranno che occupa non è un’aquila, avrebbe potuto agguantare il terzo mandato in carrozza. Si è messa di mezzo la Consulta, lo ha stoppato con il compiacimento sottotraccia dei suoi competitor. Anche se un re travicello che lo sostituisca per la prossima legislatura lo trova con uno schiocco di dita.
Quel che fa arrabbiare gli anziani è che il calendario non fa sconti. E le speranze di un cambiamento di “regime” (benché ultime a morire) devono fare i conti con l’anagrafe. A forza di galleggiare si rischia di affogare.
Intanto le tanto invocate opposizioni attendono il mese di aprile del 2027 quando andrà in scadenza il contratto con direttore generale dell’Azienda sanitaria universitaria trentina. Come diceva de Filippo: “Ha da passà nuttata”.
Ma quanto dura questa notte che non sembra passare mai?
Alberto Folgheraiter
Ecco, nel merito, la riflessione del Golem da Praga dopo che nei giorni scorsi il direttore generale Ferro ha dichiarato a Matteo Lunelli del giornale l’Adige: “Proprio oggi mi sono fermato a fare benzina. E il benzinaio mi ha riconosciuto ed espresso la sua solidarietà”. Come diceva un nostro amico: “En brao e ‘n zigarét non lo si rifiuta a nessuno”.
Nell’inarrestabile discesa agli inferi della Sanità trentina, sotto la guida del direttore generale di ASUIT, ciò che conta veramente è il parere del… benzinaio.
Nobile mestiere di certo, ma forse scarsamente competente in tema di valutazione qualitativa e quantitativa dei risultati di un sistema sanitario complesso come quello provinciale.
Eppure, è proprio la solidarietà del benzinaio che sprona il direttore generale a proseguire (ahimè) nel suo impegno, su quella strada che ha portato il Trentino nelle ultime posizioni nazionali per le liste d’attesa. È quella solidarietà che impedisce, come sarebbe da attendersi in qualsiasi normale situazione, le dimissioni a fronte della certificazione di un così plateale fallimento. È quella solidarietà che consente al sistema di peggiorare ancora ed ogni anno di più.
“Fero, fers, tuli, latum, ferre”, non è il paradigma del cognome del direttore generale di ASUIT, ma un antico verbo latino con due significati attualissimi: “portare”, la croce di un disastro privo di rimedio e “sopportare” una dirigenza inamovibile e forte soprattutto della solidarietà del benzinaio. In che mani è la salute dei trentini?
Golem da Praga

