12 luglio 1936. Dalla porta della sua abitazione a Madrid, esce Josè Castillo, un tenente degli “Asaltos”, reparto di Polizia fedele alla Repubblica. Quattro sconosciuti lo attendono nell’ombra. Appena lo vedono, lo freddano a colpi di pistola. Trascorrono poche ore e, nella medesima notte, un camion carico di “Asaltos” percorre lentamente l’elegante Calle de Velasquez, agli ordini del capitano Fernando Condès. Giunti davanti alla casa dove abita il deputato alle Cortès dell’estrema destra monarchica Calvo Sotèlo, gli “Asaltos” entrano nel palazzo. Giunti all’appartamento del deputato lo svegliano e lo obbligano a seguirli. Mezz’ora dopo, il corpo di Sotèlo viene lasciato davanti ad un cimitero cittadino, con due proiettili in testa.
Due giorni più tardi, il Cimitero dell’Est ospita due imponenti riti funebri. L’ “entierro” del tenente Castillo, avvolto in una bandiera rossa e accompagnato dall’ “Internazionale”, avviene nello stesso momento del seppellimento dell’on. Sotèlo, scandito da inni militari e litanie religiose. Non appena le bare calano nelle rispettive fosse, fra lapidi e cappelle funerarie, scoppia la prima battaglia della guerra civile spagnola.
Davanti a questa tragedia, il legittimo governo presieduto da Santiago Casares Quiroga, non si scompone. Non crede alle notizie che giungono copiose e sempre più allarmate circa l’ipotesi di un “Pronunciamento” dei militari. Nemmeno un dettagliato rapporto di Polizia scalfisce la sciocca e superba sicurezza del governo, il quale non da nessun credito ai maneggi evidenti di due generali: Emilio Mola e Josè Sanjurjo, che è addirittura in esilio in Portogallo dopo il tentativo di golpe nel 1932. La politica repubblicana ritiene impossibile l’unificazione in un moto di ribellione delle molte e litigiose anime della destra iberica: nazionalisti, legittimisti, carlisti, falangisti, massoni e cattolici bigotti. Anche il Presidente della Repubblica, Manuel Azana, è certo che le forze leali allo Stato democratico possono travolgere qualsiasi eventuale moto di ribellione.
Ciò che però si ignora a Madrid è la lunga e capillare tessitura, durata anni, di una trama che coinvolge ogni fazione di destra e che gode già del sostegno, non solo del dittatore portoghese Salazar, ma anche delle ben più temibili figure di Hitler e Mussolini. E’ il generale Sanjurjo che costruisce i rapporti con il fascismo europeo, mentre il collega Mola compone il mosaico golpista che sta prendendo forma, attraverso il coinvolgimento dei militari e nella convinzione che più la politica rimane fuori dalla progettazione e realizzazione dell’“Alzamiento”, meglio è per tutti. Josè Antonio Primo de Rivera, capo della Falange, è in carcere; Calvo Sotèlo, leader dei monarchici, è appena stato assassinato e quindi le gelosie e le fratture politiche rimangono emarginate dalla rivolta militare, che può riuscire solo applicando una obbedienza assoluta e cieca. I generali sanno di poter contare su realtà regionali, come la Navarra, fortemente di destra e sui possedimenti coloniali africani, controllati da un terzo generale, titubante, furbo e prudente, che possiede un nome lunghissimo: Francisco Paulino Hermenegildo Franco y Bahamonde Salgado-Aruyo y Pardo de Andrade, meglio noto come Francisco Franco.
Il piano golpista si basa sulla sorpresa tattica che punta alla rapida conquista di alcuni nodi strategici, fra i quali le due città di Madrid e Barcellona. Se cadono queste in pochi giorni, il resto della Spagna, secondo i militari, ne seguirà le sorti, consegnando il potere in mano alla rivolta.
Quando il golpe scatta, il 17 luglio 1936, la Navarra si solleva immediatamente e si schiera al fianco delle truppe ribelli. La Vecchia Castiglia, con le città di Burgos, Segovia e Avila e la città di Valladolid nella regione del Leon si allineano con i rivoltosi, mentre in Africa, il generale Franco abbandona ogni dubbio e muove le truppe ai suoi ordini. In un solo giorno – il 18 luglio – le Canarie e il Marocco spagnolo sono in mano ai golpisti. Quasi ovunque non si registrano reazioni lealiste, in difesa della legittimità repubblicana. Il golpe sembra affondare nella Spagna come un coltello nel burro. Solo il terzo giorno, la regione della Galizia reagisce. La Marina militare sceglie la Repubblica e trova supporto nei contadini galiziani che sono già pronti alla lotta armata.
I territori di Alava, Saragozza e della regione dell’Estremadura optano per l’appoggio ai golpisti e, in poche ore, tutte le aree politicamente conservatrici passano fra le file del “Llevamiento”, con una facilità ed un entusiasmo ben superiori alle più ottimistiche attese.
Il generale Sanjurjo, partito in aereo da Lisbona per raggiungere i congiurati, si schianta al suolo con il suo piccolo aereo, ancora in fase di decollo, a causa del carico troppo pesante a bordo. La sua morte rappresenta un duro colpo per i ribelli e rallenta il successo iniziale della rivolta. Nel frattempo, Madrid, Barcellona e Valencia resistono. Grazie soprattutto ad una improvvisata, quanto dura, reazione popolare, posto che, nonostante gli accadimenti, ancora il governo non si capacità della realtà. Sono anzitutto i due Sindacati dell’U.G.T. e della C.N.T. che danno vita alle prime forme di resistenza. Il Presidente del Consiglio dei Ministri Quiroga si dimette ed al suo posto arriva, dapprima Martin Barrio e poi Josè Giral che forma un governo di emergenza sostenuto da socialisti, comunisti ed anarchici e provvede subito alla distribuzione di armi alla popolazione.
E’ insomma la gente di Madrid e di Barcellona che, seppure male armata, stronca la sollevazione militare nelle due città, spingendo così tutta la Spagna orientale, ivi comprese le regioni delle Asturie e dei Paesi Baschi, a schierarsi in favore della Repubblica. Nei punti chiave del Paese quindi il golpe fallisce e se il governo, anziché tentennare avesse agito subito, tutto l’“Alzamiento” si sarebbe concluso con una disfatta, ma la storia non si fa mai con i “se”.
Le truppe coloniali di Franco affluiscono con ogni mezzo, ivi compresi aerei tedeschi e italiani, sul suolo nazionale e sconfiggono rapidamente le improvvisate resistenze barricadere, nelle città della costa mediterranea. E’ un successo militare travolgente, grazie al quale e in un modo del tutto fortuito, il generale si afferma come nuovo leader della rivolta, per essere riuscito a vincere là dove altri hanno perso e, soprattutto, per aver rovesciato la condizione strategica iniziale, segnata da una resistenza vincente della Repubblica. Con l’arrivo delle truppe marocchine, tutto cambia. Gli assediati golpisti nelle città costiere, diventano assedianti, dando così avvio ad una lotta lunga ed incerta, sulla quale peseranno molto gli aiuti massicci italo-tedeschi, veri artefici della finale vittoria franchista.
(2 – continua)
©Renzo Fracalossi/iltrentinonuovo.it

