Che cosa ci sta accadendo se di fronte alla morte di un uomo (di pigmentazione diversa dalla maggioranza della popolazione) non siamo più in grado di provare la pietà che si deve a una vita strozzata? Se la divisione che si è prodotta nella società italiana porta gli uni a interrogarsi e gli altri a gridare che poliziotti e personale del 118 hanno fatto il loro mestiere? Prima ancora che siano state chiarite le cause e fugati i sospetti per la morte dell’uomo.
Che cosa siamo diventati se, a seconda delle appartenenze e delle tifoserie politiche, scambiamo la vendetta per legittima difesa? Se per un giustiziere dalla pelle bianca si raccolgono in un attimo 120 mila firme a sostegno di una petizione per la grazia presidenziale. Pretesa, nonostante i tre gradi di giudizio abbiano escluso la “legittima difesa”.
In assenza di un atto di clemenza presidenziale c’è già che sta considerando “un onore” la candidatura dell’uomo finito in galera “per essersi difeso” da due rapinatori (che scappavano). Una volta eletto potranno proporlo a ministro della Vendetta personale, oppure a ministro della Autodifesa postuma (al misfatto).
Ci sono precedenti illustri di elezioni a un seggio parlamentare finalizzate a liberare dalla detenzione il candidato. In un caso (Tortora) finito in galera innocente. Come poi si dimostrò. Nelle sovraffollate prigioni del Belpaese, di certo vi saranno altri innocenti. Ma non tutti possono vantare una tifoseria da stadio e le ripetute visite dei rappresentanti del Governo nazionale pronti a candidare il disgraziato. “Uno su mille ce la fa”, cantava il trio di Sanremo.
Per un episodio analogo, qualche anno fa non vi fu la medesima alzata d’ingegno. Forse perché i protagonisti del tragico fatto erano immigrati dalla pelle gialla. Soprattutto, non c’erano elezioni alle viste.
Che cosa è accaduto nella società italiana se di fronte a un diffuso senso di insicurezza, anziché provvedere a eradicarne le cause, la politica rincorre il giorno per giorno, con proclami roboanti, decreti-legge e leggi “ad urnam”? Ovvero leggi buone solo per ingraziarsi l’opinione pubblica spaventata in vista delle elezioni prossime venture.
Sarebbe utile che tali candidati avessero almeno un po’ di cultura politica e di galateo istituzionale. Tra coloro che siedono in Parlamento nei banchi della maggioranza c’è chi invoca una legge retroattiva, favorevole al reo assurto ad eroe. Forse perché, non avendola approvata in quattro anni, urge recuperare il tempo perduto. Le elezioni sono dietro l’angolo e un generale (in pensione), come una folgore sta già drenando parlamentari e voti (nei sondaggi) a chi aveva fatto del populismo il treno (in ritardo) del proprio tornaconto.
Ps. In casa nostra, il consiglio provinciale ha approvato all’unanimità un voto per chiedere al Parlamento di reiterare la legge 379/2000 che ha consentito per dieci anni di ottenere la cittadinanza italiana a decine di migliaia di discendenti degli emigrati (dopo il 1867 e fino al 16 luglio 1920) dall’ex impero d’Austria.
È corretto auspicare la cittadinanza italiana per chi vanta un sedicesimo di sangue trentino, anche se non paga le tasse in Italia? In provincia di Trento ci sono comuni nei quali la maggior parte della popolazione risulta iscritta all’AIRE, l’anagrafe degli emigrati residenti all’estero: dall’Europa alle Americhe. Possono vantare il doppio passaporto, possono votare anche qui, ma non devono contribuire alla spesa per i servizi pubblici (sanità, trasporti).
Per contro, ci sono figli di seconda generazione di immigrati in Italia che lavorano, pagano le tasse, sono perfettamente partecipi della vita sociale, ai quali è negata la cittadinanza. Costoro non possono esprimere il voto. Ed è questo ciò che conta, di questi tempi.
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