Da “cinque poesie per il gioco del calcio” di Umberto Saba, a Pierpaolo Pasolini, Vittorio Sereni, e via deliziando. Una domenica mattina di un torrido giugno, nella frescura della “Cà de la Val” a Piazzo di Segonzano. Il giornalista-(già) libraio-collezionista e scrittore (“un grande scrittore mancato”, nel senso che ha scritto tanto e pubblicato troppo poco), Carlo Martinelli (1957) delizia il palato di chi di calcio si pasce e la mente di chi anziché la “pelòta” ha visto rotolare soprattutto la polenta. Saltellando tra un verso e l’altro, rilancia il pallone delle parole da una parte all’altra della sala, trasformata in un campo da gioco della poesia: sul gioco del calcio e i suoi protagonisti. Talora osannati, spesso dimenticati. È il destino della vita.

“Cà de la Val” è una segheria alla veneziana incassata nella stretta valle sul corso del rio Regnana, che il proprietario, il musicista e poeta Giuseppe Calliari ha trasformato da qualche anno in un luogo di incontri culturali. Dall’arte alla musica, dalla poesia alla storia, alla letteratura, ogni domenica d’estate gli incontri si alzano di livello. E allargano l’orizzonte cembrano ad altre terre, altre culture, altri mondi.
Invitare Carlo Martinelli a parlare di poesia nel calcio è come prospettare una scorpacciata di formaggio a un topo (di biblioteca), mai sazio di sapere e di sapori (il topo).
Del resto, mutuando Jorge Luis Borges, Martinelli non nasconde di essere “più fiero dei libri che ho letto di quelli che ho scritto”. Anche se, a ben vedere, la sua biografia personale conta una discreta bibliografia: “Antialmanacco del calcio (delitti, partite, amori e pettegolezzi)” (2021); “Campo per destinazione: 70 storie dell’altro calcio” (2014); “Storie di pallone e bicicletta” (2003); “Un orso sbrana Baricco” (2008); “L’incanto della montagna” (2008); “Debord, la foto rubata” (2025) più racconti e saggi sparsi in molte pubblicazioni.
Insomma, Carlo Martinelli oltre che di cultura, di libri e di giornali (scritti e letti) si intende di calcio e sa recitare a memoria perfino le formazioni di certe partite e di talune Nazionali come la Corea. La poesia del calcio, le poesie per il calcio, sono argomento per palati fini. Ciononostante, la “Cà de la Val” ha avuto il merito di portare in un anfratto, suggestivo fin che si vuole ma lontano dalle blasonate autostrade culturali dell’estate, un autore-lettore-commentatore dallo zaino gonfio: di testi e di letture.
Confessa di apprezzare i vincenti ma di stare dalla parte dei perdenti; di provare empatia per chi sa essere “hombre vertical” davanti alle lusinghe e al potere. Ed eccolo leggere compiaciuto e divertito sillogi di grandi firme e di modesti menestrelli. Esumate da raccolte di poesia e da pagine di giornale.
“Correvano su e giù le maglie rosse/ le maglie bianche, in una luce d’una/ strana iridata trasparenza. Il vento/ deviava il pallone, la Fortuna/ si rimetteva agli occhi la benda” (Umberto Saba, 1883-1957, Tredicesima partita).
E che dire di Giacomo Leopardi con la sua canzone in cinque strofe “A un vincitore nel pallone”? “Di gloria il viso e la gioconda voce/ Garzon bennato, apprendi, / E quanto al femminile ozio sovrasti/ la sudata virtude. Attendi, attendi […] Te l’echeggiante/ Arena e il circo, e te fremendo appella/ ai fatti illustri il popolar fervore.”
La letteratura sta al pallone come il pallone sta alla vita. Lo scrittore uruguaiano, Edoardo Galeano, nel suo imperdibile “Splendori e miserie nel gioco del calcio” (1997) scrive che “per chi arriva dal Sudamerica, dal Brasile, il pallone rappresenta un’utopia, un riscatto, una opposizione al potere”.
“Cà de la Val”, con Carlo Martinelli e gli altri protagonisti dell’estate cembrana, rappresenta un’opposizione all’ignoranza. Che di questi tempi dilaga. Ahinoi.

