Stiamo annaspando dentro il magma dell’allarme. Siamo ormai avvolti da una sconfinata ansia per il futuro e dall’incertezza del presente e, posti di fronte ai grandi quesiti del nostro tempo, anziché affrontare la fatica del confronto con la diversità, spesso ci affidiamo a chi grida: “Al lupo, al lupo!” e se poi il lupo non si trova, allora lo si crea, attraverso un abile uso della comunicazione di massa.
Viviamo dentro una permanente campagna elettorale e propagandistica, indipendente anche dagli appuntamenti con le urne, che alimenta anzitutto frustrazioni e smarrimenti, generando disagi e inquietudini crescenti. Davanti a questo scenario, tanto articolato quanto difficile, le leadership occidentali, non possedendo la potenza guaritrice del taumaturgo, spacciano, con abili e spesso subliminali messaggi, l’affidamento fiduciario alle nostalgie, come una innovazione, anziché la prova di una inadeguatezza di culture politiche affidate solo alla fedeltà, piuttosto che alla competenza. In una sorta di continuo “deja vu” del passato, ci si appella al “buon senso”, sempre più venerato come un’icona antica e miracolosa, in mancanza di reali capacità di affrontare le procelle di un cambiamento epocale della realtà e della sua percezione. Vecchie e stantie parole d’ordine, come il trittico “Dio, patria e famiglia”, vengono riproposte nella convinzione che contengano in sé tutte le soluzioni pensabili e impensabili, allo scopo di dominare un attuale frastagliato ed in continuo movimento.
Ogni allarme è quindi buono: da quelli che segnalano i rischi dell’invasione straniera a quelli che invocano la fine della discriminazione degli italiani; da coloro che sventolano ancora il complotto giudaico e il suprematismo bianco a quelli che evocano lo spettro, peraltro piuttosto impallidito ormai, del comunismo. Tutto viene agitato, pur di suscitare sospetto, dubbio e incognite, affastellando così angosce su angosce per creare sempre più larghe dimensioni di incertezza e insicurezza, a fronte delle quali proporre le note soluzioni dell’“uomo della Provvidenza”. Un lui – o una lei – capaci di farsi carico di ogni questione, purché lasciati governare come vogliono, per riconsegnare agognate tranquillità, anche a prezzo di uno scivolamento verso l’autoritarismo e la progressiva perdita dei diritti. E così, la storia diventa un terreno di scontro politico.
Con la crisi delle grandi ideologie del Novecento, il legame fra storia e politica, che ha segnato il “secolo breve”, si è via via dissolto. Conseguentemente, la politica ha perso la capacità di immaginare un futuro collettivo, mentre la storia ha smarrito la sua funzione di guida e si è sempre più piegata alle esigenze di giustificazione del potere e con esse anche alle varie manipolazioni, omissioni, reticenze e dissimulazioni, dove il “non detto”, spesso, parla più delle parole.
È dentro questa cornice che va collocato lo sforzo dell’attuale destra al potere – o di quella che staziona nelle prossimità – per riscrivere la storia, soprattutto nelle sue pieghe più articolate, complesse, difficili e critiche. Avviene da tempo nella narrazione russa, voluta a sostegno della guerra e fondata su di una plateale falsificazione degli avvenimenti storici e delle loro evoluzioni, al pari di ciò che accade con le “cancel-culture” americane che pretendono di leggere il passato con i soli occhiali del presente o con il populismo d’oltralpe di personaggi come Eric Zemmour, che riscrive la storia francese con una “sicurezza deformante”, costruita su conoscenze datate, parziali e decisamente propagandistiche.
In questo “copione” occidentale, l’Italia – che non si fa mai mancare nulla del peggio sul mercato – ha avviato un processo di riscrittura dei programmi scolastici, in chiave maggiormente nazionalista e identitaria. Si tratta di una vecchia nostalgia della destra, che si alimenta di narrazioni novecentesche e non coglie la crisi dettata dall’incapacità di adeguare i nazionalismi ai mutamenti del tempo presente ed alle domande di futuro.
Non basta agitare vessilli di parte e invocare politiche isolazioniste e remigratorie per dar vita ad un nuovo modello di occidente; non basta ridurre l’universo degli oppositori ad una massa di estremisti caricaturali, mentre la storia viene sempre più ridotta, anche grazie alle complicità di alcuni livelli istituzionali e di non pochi storici compiacenti, ad una sorta di “Alice nel paese delle meraviglie”.
Il mondo, diviso in contrapposizioni manichee, viene riscoperto e riletto “ad usum Delphini”, chiunque esso sia, mentre il senso di allarme generale cresce e muta rotta secondo le esigenze delle propagande del momento.
Manipolando il passato, per assecondare le convenienze del presente, si riduce quindi la storia solo alla triste funzione di un enorme serbatoio, al quale attingere, senza scrupoli, slogan e retoriche. Lo dimostrano anche i grandi occhioni pieni di orgoglio e di autocelebrazione della nostra premier, quando ci parla di ogni azione del governo, come di un evento mirabolante e segnato dall’uso (e dall’abuso) dell’aggettivo “storico”, salvo poi, alla prova dei fatti, verificare che spesso trattasi di tempeste in un bicchier d’acqua o quando segnala qualche complessità sociale, come quelle generate dai flussi migratori ai quali nemmeno lei ha posto rimedio, come si trattasse del sempre evocato “Big One”.
Tutto è ingigantito, esagerato, estremizzato, allo scopo di far lievitare il senso di precarietà. E’ un film già visto nelle fasi di avvento delle dittature del XX secolo ed è per scongiurarne il ripetersi degli effetti che spetta adesso agli storici, almeno quelli non “a libro paga”, il gravoso compito di restituire verità alla storia stessa; di abbassare, in tal modo, i livelli di allarme sociale e di rimettere al suo posto la memoria, sostanziando di scienza, anziché di propaganda, quell’indispensabile racconto di ieri che serve domani.

