Sono, da sempre, innamorato di Praga. La città, seppur invasa da frotte di turisti distratti e perniciosi, mantiene un suo fascino, soprattutto nelle stagioni autunnali, con certe nebbie dalle quali pare emergere il profilo di Kafka e della grande cultura mitteleuropea, ma anche quello dei personaggi delle fumose birrerie del buon soldato Sc’vèjk. Sono luoghi come “U Flekù” oppure “U Zlatèho tygra” che hanno raccolto e custodito l’anima ironica e più autentica di Praga, anche se oggi purtroppo sono divenute simbolo della stolta invasione dei selfie. Quello di Praga è un fascino che si nutre della grande storia che ha attraversato i secoli di questa meraviglia sulla Moldava, ma anche di storielle dal piglio picaresco, narrate da certi simpatici aedi da osteria e fra costoro spicca il protagonista di un romanzo straordinario, originale, intelligente, divertente, cupo, satirico e assurdo, dal titolo: “Sul tetto c’è Mendelssohn”, scritto da una fantastica penna di un autore ebreo boemo, Jiri Weil, recentemente pubblicato in Italia da Einaudi.
In questo tempo nel quale molti – immergendosi beatamente nelle loro grasse ignoranze incapaci di distinguere e tutte piegate dalla forza dei preconcetti e di un odio insensato – manifestano un crescente e stupido antisemitismo, vado alla ricerca di quegli autori ebrei del Novecento europeo, che rivelano mondi e vicende eccezionali, narrandoli spesso attraverso una chiave ironica ed umoristica che riesce soprattutto a mettere alla berlina la stupidità del pregiudizio, ma anche l’orrore che ne consegue, senza peraltro ferirne l’intensità e la drammaticità.
Jiri Weil ambienta il suo racconto nella Praga occupata dai nazisti. Reinhardt Heydrich è il “Reichsprotektor” della Boemia e Moravia per volontà di Hitler e, fra i suoi compiti criminali, rientra anche l’epurazione totale dell’elemento ebraico dalla cultura. Heydrich decide così di ordinare la rimozione della statua del musicista ebreo Felix Mendelssohn che, insieme a quelle di altri grandi artisti, orna il tetto del Conservatorio praghese. Fin qui nulla di nuovo. Solo la prova della cretineria dell’odio.
L’ordine giunge quindi sulla scrivania del funzionario municipale, deputato ad attivare i lavori per la rimozione del manufatto. Egli aspira ad entrare nel selezionato corpo delle SS e quindi si presta ad essere un esecutore senza scrupoli di qualsiasi ordine giunga dalle autorità naziste, però… non sa nulla di storia della musica. Lui è semplicemente un cretino che ubbidisce agli ordini e vive di pregiudizi. Non potendo però sfigurare, dichiarando di non sapere chi sia Mendelssohn, si affida quindi al pregiudizio: Mendelssohm è un ebreo e quindi deve avere il naso grande! Questo è il leit-motiv del racconto che, ad ogni pagina, si fa sempre più spassoso, perchè la statua con il naso più imponente è quella nientemeno di… Richard Wagner, il compositore prediletto di Hitler.
A questo punto, in un clima surreale e grottesco, si scatena una baraonda di equivoci, rivalità e pignolerie che si paralizzano a vicenda, in un balletto fra uffici, sezioni, autorità, burocrati e invidiosi e la barbarie nazista si colora di imbecillità impiegatizia, di gelosia di lavoro e di fiaschi organizzativi.
Chi è Jiri Weil – Nasce nel 1900 in un sobborgo di Praga ed in una famiglia ebraica ortodossa che gli trasmette la consuetudine alla convivenza con i rovesci dell’esistenza individuale e collettiva. Dopo gli studi liceali, si laurea in letteratura e studia Gogol, dal quale impara anzitutto a far uso della fantasia. Nel primo dopoguerra entra nel movimento comunista e si trasferisce a Mosca, interessandosi di cultura sovietica, ma soprattutto traducendo in cèco autori come Pasternak, Majakovskij, Esenin e lo stesso Lenin. Poi l’avvento del potere autocratico di Stalin travolge tutto e tutti. Jiri Weil si trova improvvisamente investito dai processi di epurazione e viene espulso dal Partito comunista cecoslovacco e dall’Unione degli Scrittori. Lo attende il gulag, al quale riesce a sottrarsi, perchè conosce la burocrazia e tutti i trucchi possibili della stessa: matrimoni, malattie e perfino un finto suicidio. Accusato di essere “un codardo soggettivo e decadente”, viene comunque messo al bando ed i suoi scritti sono colpiti dal divieto di pubblicazione.
Finalmente, con la caduta del leader stalinista Gottwald, Weil viene riabilitato, poco prima di morire nel 1959, senza però riuscire a vedere la stampa del suo romanzo sulla statua di Mendelssohn, che esce nel 1960. In quelle pagine, l’occupazione nazista di Praga, paradigma di ogni autoritarismo e quindi anche del comunismo staliniano, viene narrata con assurdità ferocemente comica e pacchiana, prima ancora che disumana. Una demenziale insensatezza, che fa perno sul pregiudizio e sugli esiti generati dallo stesso in una società priva di ogni libertà, si nasconde dietro il grande naso della statua da abbattere, perchè gli ordini sono ordini.
Jiri Weil, una grande “voce” – quanto sconosciuta ai più – dell’ebraismo europeo che tanto contributo ha offerto e offre alla cultura vera. Quella che non odia, ma dialoga.
(“Sul tetto c’è Mendelssohn” – Jiri Weil – Einaudi, 2023 – pp. 312 – € 15)
©Renzo Fracalossi

