Nel testo di Matteo (quello del Vangelo, non il propagandista pagano) si racconta che un tale, dovendo partire per un lungo viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede 5 talenti (era una misura in uso a quel tempo nell’impero romano, aveva un valore enorme: equivalente a 32,3 chili di oro).
A un altro servo consegnò due talenti; al terzo ne diede uno. Secondo le capacità di ciascuno. Dopo vari anni, di ritorno dal lungo viaggio, quel tale chiamò nuovamente i propri servi e domandò conto del denaro loro assegnato. “Signore, disse il primo, mi hai dato 5 talenti. Li ho impiegati e ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene – replicò il tale – sei stato un servitore fedele nel poco ti darò potere su molto”.
Venne la volta del secondo servitore: “Signore, disse, quei due talenti che mi avevi assegnato li ho fatti fruttare e sono diventati quattro”. Anche con questo servitore il padrone fu prodigo di elogi. Quando toccò al terzo, questi si scusò: “Signore, tu mi hai consegnato un talento. L’ho sotterrato ed ecco adesso te lo restituisco”.
Il padrone, adirato quanto bastava, affrontò il servitore: “Servo malvagio e pigro. Avresti dovuto affidare il mio denaro a un banchiere così, al mio ritorno avrei (almeno) ritirato il mio con l’interesse.” Diede ordine di togliere il talento al servitore incapace e di affidarlo a chi ne aveva dieci (cinque più cinque).
“Perché (se) il servo è inutile va gettato fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Così fu scritto tanto tempo fa.
A leggere quanto scrive il Golem su questo figlio liquido, pare che Matteo avesse in mente, fin da duemila anni fa, la Giunta Provinciale di Trento alla quale, al tempo del proprio insediamento, ha ricevuto dagli elettori il mandato ad amministrare, per conto dell’Autonomia, il bilancio pubblico di questo territorio a nord del Veneto e a sud di Salorno.
Nei due anni e mezzo di mandato (pro tempore) i destro-padani hanno fatto “musina” e, per assonanza napoletana, “ammuina”. Hanno fatto finta di niente facendo credere di essere gli uomini e le donne del fare. Sono riusciti cioè a “risparmiare” oltre cinque miliardi di euro. Il bilancio di un anno della Provincia autonoma di Trento.
Significa che le “fu aquile” di piazza Dante non sono state in grado di programmare interventi di spesa. Vuol dire che nei forzieri della Provincia sono giacenti i “risparmi” dell’incapacità ad amministrare. Valutati, lo ripetiamo, in oltre cinque miliardi di euro. Fosse da applicare alla lettera il Vangelo di Matteo, quel tale tornato da un lungo viaggio o svegliatosi da un lungo sonno (i partiti dell’opposizione) oggi direbbe ai servi “infedeli”: “Fuori dalle palle”. Lo faranno si spera, quanto prima, gli elettori, sempre che quelli dell’opposizione siano capaci di presentare candidati seri, capaci e coerenti. Del che, al momento si dubita. Ma, come dicevano i Latini, “spes ultima dea”.
Intanto, preso atto della modestia e dell’incapacità a gestire la cosa pubblica dei facenti funzione di governanti, il Consiglio Provinciale di Trento è impegnato a discutere un disegno di legge sulle “carenze”. Che l’assessora proponente abbia visto di nascosto le pagelle e i giudizi della scuola dell’obbligo dei suoi colleghi di Giunta?

