Ci fu un uomo, uno scrittore straordinario (per ingegno e scrittura) che si chiamava Giulio Maria Marchesoni. Morì a 46 anni, nel 1980. Fu docente di matematica e poeta. Doveva diventare medico, poi si accontentò di fare il citologo all’ospedale di Bolzano. Faceva il pendolare con Trento, ma la sua origine era a Caldonazzo dove fu sepolto. Sulla sua tomba fu scritto un verso a lui caro: “Nessuno ha mai pianto per colpa sua”. Tra le opere date alle stampe, prima di lasciarci prematuramente, Giulio Maria Marchesoni aveva pubblicato un romanzo: “Il felice regno di Prosdocimo primo” (precursore dell’Ordalia di Italo Alighiero Chiusano, 1979), varie raccolte di poesie (“Alla curva del cielo”, “I “Blues” e le altre cose”, “Il soave sapore della sconfitta”), ma soprattutto un libriccino che, 45 anni dopo la sua morte, è diventato di insensata, quanto tragica, attualità. Si intitola “Accadde in Galilea”, è stato pubblicato a metà degli anni Settanta del secolo scorso. Siamo stati onorati della sua amicizia. Tutti i giorni, di ritorno da Bolzano, passava nella redazione di “Vita Trentina” (dove chi scrive era apprendista stregone) e con Vittorio Cristelli, il direttore, distillava perle di saggezza e “visioni” di futuro. “Accadde in Galilea” è uno di questi scenari terribili, oggi di attualità. Vi proponiamo qualche brano.
“Prima visione” – “Eberard si guardò intorno: non c’era, al di là della struttura della torre, se non un polveroso deserto grigio, morto. La lunga guerra stava per finire: su tutto il globo restavano solo lui e la sua donna, Edmea, e Schelton e la sua. Ma Schelton stava per morire.
Eberard puntò attentamente il piccolo missile, calcolò di nuovo la distanza e la traiettoria, poi lo spedì. Era tutto finito. Finalmente il mondo era tutto suo, da popolare assieme ad Edmea di una nuova umanità che gli assomigliasse.
“Non c’è più un solo uomo all’infuori di me” – urlò – Certo, gli mancava qualcuno che s’inchinasse ad adorarlo, ma fra non molto ci avrebbero pensato i suoi figli. Aveva già scelto i nomi adatti, il metodo di educazione: sportivo, spartano, militare. Una nuova umanità di soldati, proprio come piaceva a lui.
Uscì per la prima volta, dopo tanti anni, dalla torre: era tutto un deserto, con qua e là alcune di quelle forme vitali che si erano andate formando dopo il conflitto atomico in cui era andata distrutta la zavorra umana (esseri inferiori).
C’erano enormi aragoste, insetti sconosciuti prima, molluschi. Vide Edmea che gli veniva incontro. Avanzò in fretta per chiamarla, corse, scivolò, sentì che non riusciva a fermarsi sulla sabbia che chiudeva la tana di una aragosta gigantesca.
Pensò un attimo a tutta la sua vita: all’accademia militare, ai discorsi, alle promesse di una patria più grande e più forte che aveva fatto, agli scheletri che giacevano sulla pianura. Poi l’aragosta gli mangiò i coglioni.
Proprio così: gli mangiò i coglioni. Era un’aragosta ghiotta”.
“Visione seconda” – “File e file di uomini ischeletriti: distrutti, calcinanti, dalle grandi nere occhiaie in cui brillavano occhi di ghiaccio senza speranza. I resti di un mondo in putrefazione, che aspettavano, senza muoversi (perché muoversi?) la morte.
Uomini, donne, bambini, un carnaio gemente senza senso, senza speranza, senza ricordi. Un bambino seduto sotto la pioggia scrosciante, unto, magro, con le ossa che pungevano la pelle, tremava di freddo. Passavano passavano passavano gambe gambe gambe ossute davanti alla sua faccia.
Una vecchia si tolse lo straccio che la copriva: una povera ragnatela che era stata uno scialle e lo accomodò sulle spalle del bambino che continuò a tremare. La vecchia provò a sorridere, ma non ci riuscì. Passavano passavano passavano gambe gambe gambe ossute. L’uomo di Nazareth sorrise”.
“Conclusione” – “Ora è rimasta un’ombra che si allontana nel buio, tra gli alberi. Ora sono rimasti i campi di battaglia deserti, grigi di cenere e puzzolenti di zolfo. Ora sono rimasti i vecchi libri strappati, le tombe aperte, le cattedrali crollate. Ora è rimasta la vergogna, la morte, la nausea, la fame. E la speranza.”
Giulio Maria Marchesoni, “Accadde in Galilea” (1973)


1 commento
Grazie Alberto! Sì, ormai a descrivere gli scenari tetri che l’attualità sociale e politica ci offre, solo una prosa grottesca e ispirata come quella che ci offri di Marchesoni (grazie) può aiutarci. Persino le definizioni giuridiche più coraggiose – genocidio – sembrano inadeguate.
… la speranza! Da coltivare! Da chiedere … al prossimo passaggio dell’Uomo di Nazareth?