Ci sono fatti internazionali che scuotono le coscienze, che interrogano ciascuno di noi, anche nel nostro piccolo orto provinciale. Nel giardino di Davos, nella vicina Svizzera, la scorsa settimana si sono visti e sentititi i leader e gli opinion maker del mondo. C’erano autorevoli rappresentati dei Popoli tra autoritari tiranni della democrazia. Fra tutti gli intervenuti, in positivo, ha brillato la figura del premier canadese, Carney, al punto che, per chi si fosse perso il suo intervento, ci pare doveroso proporne una sintesi. Perché se un battito d’ala di farfalla a Pechino può scatenare un uragano a New York, le scelte strampalate, i diktat di chi si crede “l’unto del Signore”, possono rendere insonni anche le notti di noi, poveri ciabattini della cronaca, che guardiamo oltre Atlantico con un misto di preoccupazione e di angoscia. Del resto, scorreva sangue trentino nelle vene di Alex Pretti, quel povero cristo di 37 anni assassinato a bruciapelo a Minneapolis, dalla polizia a caccia di immigrati illegali. Suo bisnonno, Giuseppe Pretti, nel 1921 era partito da Cagnò, dove era nato nel 1896, per raggiungere gli Stati Uniti. Trovò lavoro in una miniera del Michigan, sposò Maria “Mary” Pedri, pure di origine trentina. Insomma, ciò che accade in questi giorni negli USA ci riguarda, eccome.

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Era il 13 maggio 1940, quando il primo ministro britannico Winston Churchill, in un discorso tenuto alla Camera dei Comuni, disse: “Non ho altro da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore. Abbiamo davanti a noi un calvario del tipo più grave……”
Quelle parole, passate alla storia, tornano alla mente davanti alla franchezza intelligente e consapevole dell’attuale premier canadese Mark Carney, durante il suo intervento al “Word Economic Forum” di Davos, nei giorni scorsi. In mezzo al frastuono confusionario delle esternazioni di Trump e davanti al disorientamento di un’Europa che pare in preda alle rotte della deriva morale e politica, il discorso pronunciato da Carney acquista una statura ancor più elevata, proprio perché ispirato, esattamente come quello di Churchill, dal dovere della verità.
Si tratta di raro esempio di onestà intellettuale, di consapevolezza storica, di visione sul periodo medio-lungo, di coraggio e di politica alta e responsabile. In buona sostanza, il primo ministro canadese esorta le cosiddette “potenze intermedie” a non chiudere gli occhi di fronte a ciò che sta avvenendo e le richiama al dovere di non fermarsi al rimpianto per il vecchio ordine mondiale, che è ormai irrimediabilmente perso, ma di reagire per non soccombere. Sembra di ascoltare il vecchio Churchill e la sua caparbia volontà di non farsi piegare dal dispotismo di turno, che ieri si chiamava nazifascismo e oggi rischia di essere indicato nel trumpismo.
Carney afferma anzitutto che ogni giorno sembra destinato a ricordarci “che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze, che l’ordine internazionale basato sulle regole sta svanendo e che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che vedono”.
A fronte di questo clima, ci sono molti Paesi che ai adeguano; pur di andare avanti; che vogliono evitare problemi; che delegano ad altri le proprie scelte e che confidano nella conformità, affinché questa garantisca la sicurezza. È in tal modo che il sistema persiste, non solo grazie alla violenza dei leader, ma soprattutto in virtù delle persone comuni che aderiscono a ideologie, rituali e promesse che, in privato, riconoscono essere falsi. Ne consegue, sempre secondo Carney, che “il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero”.
Egli sottolinea poi, con grande coraggio e consapevolezza storica, i punti di debolezza di un sistema di relazioni internazionali che si è retto, fino ad ora, sull’egemonia statunitense che garantiva “rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, una sicurezza collettiva e sostegno per le risoluzione delle controversie.”
Per fruire di tutto ciò, le potenze intermedie hanno evitato, per decenni, di denunciare le discrepanze fra retorica e realtà, amplificando il conflitto fra verità e menzogna e contribuendo così a porsi “nel mezzo di una frattura e non di una transizione”.
Non si tratta insomma solo di una riflessione politica, ma della denuncia dei limiti dell’attuale sistema, del suo cambiamento impresso da una presidenza americana spregiudicata e autoreferente e della difficile prospettiva per il futuro. Di fronte alla quale Carney esorta ad affrontare “attivamente il mondo per quello che è, non aspettando un mondo che vorremmo fosse”, facendo riferimento non solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza.
Infine, in un puro stile “Churchilliano”, il premier canadese ricorda che “le potenze intermedie debbono agire insieme, perché se non siamo al tavolo, siamo nel menù”.
È un’immagine più che efficace, per significare il destino al quale rischiamo di andare incontro, se ognuno agisce per conto proprio davanti al disimpegno americano e agli appetiti delle grandi potenze. In un mondo insomma segnato dal confronto fra le forze preponderanti, i Paesi intermedi si trovano adesso davanti a un bivio: la competizione fra loro, oppure l’unità alla ricerca di una terza via.
La conclusione del ragionamento di Carney è improntata però a un sano ottimismo, quando afferma:“Sappiamo che il vecchio ordine non tornerà. Non perdiamo tempo a rimpiangerlo. La nostalgia non è una strategia, ma crediamo che dalla frattura si possa costruire qualcosa di grande, migliore, più forte e più giusto”.
Un discorso di alto livello; una politica che guarda al domani con coraggio e con un potente senso di verità; un progetto di collaborazioni che non può più attendere, per evitare alle potenze intermedie, fra le quali si colloca anche il nostro Paese, di finire come il vaso di coccio fra i vasi di ferro.
Ma soprattutto, questo discorso segna la differenza profonda fra un vero leader e gli imbonitori da fiera che affollano molti scenari europei, sempre pronti ad accodarsi al più forte, sperando di lucrare qualcosa dagli avanzi del pasto. Un discorso, quello di Carney, da leggere e da meditare, per il suo portato di analisi impietosa e per il suo contraltare, rappresentato da quel senso di speranza che è il vero motore della storia.

