Come un altro celebre scrittore – Albert Camus – anche una nota giornalista italiana fa ricorso al flagello che devastò l’Europa tra XIV e XVII secolo – la Peste – per richiamare nel titolo di un suo corposo saggio-inchiesta il male impalpabile e diffuso che ammorba le contrade del Vecchio continente. Mentre gli autocrati si spartiscono il mondo e vorrebbero farne frattaglie per il loro strapotere, in Europa tornano i fantasmi di un passato che si auspicava sepolto e dimenticato tra gli orrori della Storia.
“Ein Gespenst geht um in Europa (Uno spettro si aggira per l’Europa)”. È questo il celebre l’incipit del “Manifesto del Partito Comunista”, redatto da K. Marx e F. Engels e pubblicato a Londra nel febbraio del 1848.
Si è volutamente scelta quest’introduzione, per parlare di un altro “spettro” in movimento oggi fra le lande del vecchio continente: quello del neonazismo, che si aggira soprattutto nei territori orientali della Germania e da lì spande il suo veleno mefitico in quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea. Come tutti gli spettri, anche questo si insinua silente, evocando ideologie che credevamo dissolte e che riemergono invece oggi, dalla discarica della storia, ponendosi come obiettivo un “nuovo ordine etnico europeo”. Razzismo, antisemitismo, culto della purezza dello spirito e del corpo, rifiuto della scienza e del suo progresso, rilettura della vicenda storica e computazione di nuove gerarchie biologiche, ricompaiono spesso celandosi sotto le teorie dell’agricoltura biologica, della pedagogia alternativa o del salutismo della vita spartana e primitiva.
Ne scrive, con un approfondimento documentato, la giornalista di “Repubblica” Tonia Mastrobuoni, nel suo volume-inchiesta dal titolo “La Peste. Indagine sulla destra in Germania” (ed. Feltrinelli, 2025, 252 pp., € 19,00). Mastrobuoni, inviata in Germania, proviene da una famiglia italo-tedesca e proprio il vantaggio della perfetta conoscenza della lingua, le ha consentito una indagine accurata e ricca di testimonianze, che aprono lo sguardo su mondi ignoti e su di una realtà che spaventa veramente.
Tutto principia dalle comunità “völkisch”, che stanno sorgendo un po’ ovunque nei Länder della ex D.D.R., radunando neonazisti “ecologisti”; nostalgici del III Reich; emarginati, arrabbiati e frustrati di ogni sorta che imputano al sistema sociale, culturale e politico tedesco ed europeo la responsabilità unica del disagio individuale e collettivo di questo tempo.
Ma cos’è il “movimento völkisch”?
Si tratta della declinazione tedesca del concetto di populismo, con l’aggiunta di un certo “tono romantico”, che si esprime nell’esaltazione del folklore e della terra. Quest’insieme di credenze, miti, paure e speranze trae origine dal nazionalismo romantico che trova in Johann Gottlieb Fichte – e nei “Discorsi alla nazione tedesca” – il suo cantore ed ideologo. Il “ritorno alla terra” diventa, attraverso questa chiave di lettura, una ribellione alla modernità; una reazione alla rivoluzione industriale ed al liberismo “progressista” che stanno cambiando il mondo, ancor più della parabola napoleonica. Dopo il turbinio di guerre, rivolte e moti di varia natura che segnano la prima parte del XIX secolo, il tedesco medio avverte il bisogno di ritornare alla semplicità del suo antico mondo rurale, nel quale egli è il padrone, perché siede in cima alla piramide evolutiva e, da lì, unico fra i popoli, è chiamato da Dio a salvare il mondo, ad ogni costo, sfruttando la sua superiorità morale. In tale contesto, il tema della purezza razziale, effettivo discrimine fra un “noi” ed un “loro”, assume quindi un ruolo preponderante e consente di sviluppare idee di superiorità e quindi di razzismo ed antisemitismo, che si accompagnano a principi anti-immigrati, anticapitalisti e antiparlamentari, in una vaghezza di obiettivi, di ideali e di strumenti idonei a conseguirli. Questo è, inizialmente, il “movimento völkisch”.
Ma è dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale, che le varie declinazioni di questa realtà complessa vengono riorganizzate secondo esigenze propagandistiche proprie della politica tedesca di quegli anni. L’aggettivo “völkisch” ne acquista tutte le valenze e riassume in sé molte tensioni del nazionalismo etnico che influenza pesantemente il formarsi dell’ideologia nazista. Su tali basi, prende forma il concetto di “Völksgemeinshaft”, cioè di “comunità popolare”, che poi diventa comunità nazionale e razziale. E’ questa “Völksgemeinshaft” che si fa interprete di un nuovo ordine sociale più armonioso, più attento alla storia tedesca e privo delle frizioni dettate dall’idea stessa di lotta di classe; un ordine insomma che rifiuta il concetto di “società”, ritenendolo artificiale e soprattutto “non tedesco” e lo sostituisce con l’idea appunto di comunità. Sono queste particolari caratteristiche che fanno della “Völksgemeinshaft” il perno centrale, per quanto confuso e debole, del pensiero nazista, dove l’individuo in quanto tale scompare per lasciare posto alla massa, vero fulcro della legittimazione del potere del “capo” o meglio “führer”, secondo l’acuta analisi del rapporto fra massa e potere elaborata da George Mosse.
Oggi pare che questa “comunità nazionale, popolare e razziale” stia ritrovando, ad esempio nelle regioni del Mecklemburgo, della Pomerania, della Sassonia o della Turingia, nuovo alimento dentro fattorie isolate dove i neonazisti educano i loro figli; li addestrano in campi paramilitari e sognano un nuovo ordine etnico, sulla base di quell’aggettivo “völkisch” che sembra racchiudere in sè il male di un’intera epoca.
Nonostante il faticoso e complesso percorso di rielaborazione del nazismo e di assunzione di una responsabilità collettiva, compiuto a partire dagli anni ‘70 in Germania in modo rigoroso e serio, molte ombre sono tornate ad oscurare il sole della democrazia tedesca, soprattutto sull’onda del dilatarsi del fenomeno migratorio e delle regole della U.E., avvertite da una parte, per il momento ancora minoritaria, dell’elettorato tedesco come un pericolo che può mettere a repentaglio l’identità e l’esistenza stessa della “comunità nazionale”. Di qui le spinte, ad esempio, alla “remigrazione” ed alla lotta contro tutto ciò che “non è tedesco”.
Davanti alla compressione delle democrazie occidentali, che coincide con il ritorno delle più svariate destre populiste e con le loro pulsioni antieuropeistiche e difronte all’avvento di sempre nuovi autoritarismi, più o meno mascherati come nel caso ungherese dove la democrazia è già andata in pezzi, ciò che sta accadendo in Germania – ed in parte anche in Italia – deve essere indagato e diffuso, come meritoriamente fa Tonia Mastrobuoni con il suo volume. I populismi soffiano, con crescente insistenza, sul fuoco dell’odio, nella convinzione di poterlo comunque sempre controllare e indirizzare verso gli obiettivi politici di potere che le leadership populiste perseguono; cavalcano le paure legate comprensibilmente ai numeri dei flussi migratori e delle loro provenienze; alimentano la protesta sociale che, nei territori della Germania orientale così viene riassunta: “Le scuole cadono a pezzi,, gli ospedali e le fabbriche chiudono e i giovani scappano. Il governo taglia ovunque, ma solo per i tedeschi perché, quando si tratta di trovare soldi per la guerra in Ucraina o per i migranti, quelli ci sono sempre.” (T. Mastrobuoni). Sembra di sentire l’eco di altre proteste, di altri disorientamenti e di altre ansie, come quelle austriache, ungheresi, cèche, polacche, francesi e italiane, cioè ovunque via siano legami ideologici e propagandistici fra estremismi delle destre vecchie e nuove.
Ma sono queste inquietudini che portano continui consensi preoccupanti all’AfD (Alleanz für Deutschland – Alleanza per la Germania) e che hanno permesso anche il superamento in qualche Land, per il momento solo occasionale e poi rientrato, del cosiddetto “Brandmaurer”, cioè lo “sbarramento antifuoco” che ha fin qui costituzionalmente sempre impedito, in Germania, l’avvento a qualsiasi grado di potere e di governo dell’estrema destra. Il disegno che sta emergendo nell’estrema destra tedesca, guidata da dietro le quinte da Björn Höcke il vero ideologo e stratega dell’AfD, è quello di infiltrare, con metodo, le istituzioni; costruire consensi locali; riscrivere il passato e conquistare il potere “dal basso”. Nel frattempo chi si oppone a questo progetto e, più in generale, all’AfD finisce sotto attacco: insegnanti, pastori evangelici, parroci, sindaci, magistrati e poliziotti vengono minacciati, isolati e aggrediti con una frequenza sconcertante.
Leggere le pagine del volume di Tonia Mastrobuoni sembra quasi di rivedere un vecchio film alla moviola. Cambiano gli scenari, i costumi e i personaggi, ma la trama è identica così come la colonna sonora di una pellicola che lascia esterrefatti per come riesce a riprodurre il passato, creando nel lettore-spettatore più di una preoccupazione. Il rischio del contagio continentale poi è dietro l’angolo. Non si tratta di allarmismi inutili o dell’evocazione di fantasmi impossibili a replicarsi, perché, come insegna Primo Levi, “se è successo una volta, può succedere ancora”. “Ein Gespenst geht um in Europa”.
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