Dopo quasi ottant’anni di ininterrotto governo di sinistra, perfino nella “rossa” Dortmund – la “Bologna tedesca” – la SPD, subisce, proprio come nella città felsinea ai tempi dell’elezione di Guazzaloca, una sconfitta clamorosa. Nelle recenti elezioni comunali infatti, dove si è votato in oltre 150 municipi del Land Nord-Reno Westfalia, i cristiano-democratici della CDU hanno superato i socialisti, riuscendo comunque a contenere, anche grazie al discreto consenso raccolto dai Verdi, “l’ondata nera” della AfD.
“No pasaran!” E così è stato, nonostante il tonfo della sinistra in una regione dove l’onere di arginare la destra estremista e neonazista viene affidato adesso alle forze di centro e all’ambientalismo, anziché alla sinistra, ormai avvolta anche qui in una crisi molto preoccupante. La destra razzista e xenofoba di AfD riesce comunque ad affermarsi soprattutto nei distretti elettorali di Gelsenkirchen (33,1%), Hagen (28,3%) e Duisburg (21,4%) già roccaforti socialiste, raccogliendo inattesi consensi, anche se non centra l’ambizioso obiettivo di ottenere almeno un Borgomastro (Sindaco) in qualche grande città. Il voto comunale conferma insomma una tendenza già manifestata con le elezioni regionali del 2022, in occasione del rinnovo del Landtag, il nostro Consiglio regionale, che hanno assegnato alla CDU 76 seggi, alla SPD 56 e ai Verdi 39, mentre ai Liberali dell’FDP e all’AfD sono andati rispettivamente 12 seggi ciascuno.
Ma perché questo voto preoccupa più di altri? Anzitutto va inquadrata la storia di questa regione, che è la più occidentale e la più popolosa dell’intera Germania e che ha il suo cuore nel famoso distretto produttivo del “Ruhrgebiet” composto dai grandi centri industriali di Essen. Dortmund, Duisburg, Bochum e Gelsenkirchen. Qui si crea più di un quinto del PIL tedesco; qui i redditi “pro capite” superano del 10% la media europea e qui ha sede quasi il 40% delle aziende più rilevanti dell’economia tedesca.
La Ruhr ha una storia legata indissolubilmente all’industria: da quella mineraria ed estrattiva dei secoli scorsi, a quella industriale che, a partire dal XIX secolo, conosce uno sviluppo eccezionale. Soprattutto nel settore dell’acciaio e dell’industria pesante, attraverso l’affermarsi di colossi come Thyssen e Krupp che costituiscono imperi commerciali, soprattutto durante il primo conflitto mondiale. Nel dopoguerra, la Ruhr viene militarmente occupata dalla Francia e dal Belgio che vogliono, in tal modo, esercitare pressioni politiche sul debole governo repubblicano tedesco del cancelliere Cuno, affinché provveda al pagamento delle riparazioni di guerra, stabilite con il Trattato di Versailles. Se in un primo momento, davanti all’arrivo delle truppe francesi e belghe, la politica tedesca sceglie la “resistenza passiva”, attraverso lo strumento dello sciopero generale a tempo indeterminato, in una seconda fase il cancelliere Gustav Stresemann riprende i negoziati e la Ruhr viene finalmente sgomberata nel 1925. Da quel momento in poi, la regione assume un ruolo sempre più importante nella ricostruzione tedesca, ma in tale contesto si sviluppa anche una forte coscienza della classe operaia che si scontra inizialmente con il nazismo e che determina, nei decenni del secondo dopoguerra, appunto l’orientamento politico a prevalente indirizzo socialista dell’intera regione.
Superato il periodo del controllo economico degli Alleati sulla produzione industriale tedesca, alla fine degli anni Sessanta del Novecento, la Ruhr – e con essa tutto il Land renano – viene investita da una serie di crisi che mettono in enorme difficoltà il settore manifatturiero, con l’unica eccezione dell’industria pesante, grazie anche alla Rheinmetall di Düsseldorf, che in quegli anni ingloba la Mauser ed è la più grande industria di armamenti tedesca e fra le prime mondiali. Infine, una decisa svolta economica e una intelligente programmazione di riconversione dell’industria estrattiva ormai in crisi irreversibile, portano la Ruhr e il Land a essere oggi uno dei vettori dello sviluppo più promettenti nel quadro dell’economia europea.
È in questo contesto che si inserisce l’analisi del recente voto municipale e delle cause generali di una crisi di identità e di scopi che sta affliggendo la sinistra in Germania, in Europa e, più in genere, in tutto il mondo occidentale. Al di là delle singole contingenze e dei problemi legati alle vicende interne di ogni Paese, ciò che colpisce è l’incapacità odierna delle forze di sinistra di riuscire ancora ad aggregare le aspirazioni al futuro delle varie società, traducendo tali aspirazioni in progetti politici. Il caso dei democratici negli USA è, a tale proposito, emblematico.
In altre parole, sembra che il venir meno del futuro – in un tempo così incerto e frastagliato – vada a incidere sulle possibilità della democrazia di riuscire a definire una credibile agenda politica di lunga deriva e capace di conquistare consensi. Oggi tutto pare divorato dalle continue emergenze che mettono in pericolo il domani: crisi climatiche, tensioni geopolitiche, guerre e conflitti impongono un insieme di politiche statiche e dell’immediato che è esattamente l’opposto di una qualsiasi idea di futuro e di progetto.
Secondo la lezione di Jonathan White e della “London School of Economics”, la politica attuale concentra insomma tutte le sue energie sul contingente e sul quotidiano, perdendo così di vista i principi generali e la visione d’insieme. È questa carenza di immaginazione e di narrazione che si riflette sull’elettorato, in Germania come altrove, dirottando, attraverso gli slogan dell’immediato e le ricette facili e demagogiche tipiche della cultura di certa destra populista, il consenso delle masse.
L’impressione insomma è che la tecnocrazia stia prendendo il sopravvento sulla politica pensata e prospettica, in virtù dell’illusione che nel “carpe diem” risieda la soluzione delle complessità crescenti poste dal presente.
In tutto questo, la situazione politica tedesca non risulta poi molto diversa dalla nostra, anche se non è semplice fare credibili paralleli, eppure il male della staticità e della conflittualità intestina che affligge la sinistra europea e non solo, appare identico un po’ ovunque. È un male profondo che, se non opportunamente e rapidamente curato, può precipitare il domani in un baratro di autoritarismi, di forza e di scontro, dove anche la democrazia rischia un esaurimento irreversibile.
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