Perseguitato due volte – La sconosciuta tragedia dello scienziato Tullio Terni riemerge dall’oblio della memoria nell’ultima pubblicazione di Pierluigi Battista (1955). Giornalista, scrittore e conduttore televisivo, PiGi, già redattore alla sede romana della casa editrice Laterza, passa a Epoca, Storia Illustrata, La Stampa, Panorama fino a diventare vicedirettore del “Corriere della Sera”. Una lunga navigazione nel mare dell’informazione che, oggi, con la Nave di Teseo approda in libreria per restituire dignità a uno scienziato dimenticato del Novecento italiano.
La consuetudine ad adattarsi al potere che cambia è, senza dubbio, uno dei caratteri meno eccelsi dell’identità italica. Si tratta di un frutto della storia di secoli e di vicende sociali ed individuali che ne sono attendibili testimoni. È insomma una attitudine anche dettata dalle contingenze e dal continuo mutare dei regimi che segnano il nostro comune cammino.
L’esempio forse più lampante di quest’atteggiamento è dato dalla complessità del rapporto corrente fra gli italiani ed il fascismo, sia nelle fasi dell’avvento, come in quelle del “ventennio” e, infine, anche nel dopoguerra fino ai giorni nostri. Quaranta milioni di fascisti osannanti si dissolvono nel volgere di una notte – quella del 25 luglio 1943 – scoprendosi, al mattino seguente, tutti antifascisti e poi, molti anche partigiani e resistenti. Accanto a molte ed importanti storie individuali di veri antifascisti che hanno scontato il confino e il carcere, si sono sviluppate adesioni dell’ultima ora e ripudi fin troppo facili, disvelando una radicata e diffusa attitudine all’adeguamento tempestivo rispetto al mutare del vento politico.
Se il “trasformismo” – esaltato in qualche modo dalla politica del Depretis e della “sinistra storica” negli ultimi decenni dell’Ottocento, quale pratica del posizionamento parlamentare anche sostitutiva all’alternarsi di maggioranze e minoranze – segna parte del percorso politico post-unitario, giungendo fino a noi, l’adattamento al frequente cambio dei potenti e dei loro ruoli è elemento del vivere la storia che ricorda il passato feudale e che porta in sé anche le stigmate del tradimento, del “cambio di casacca” e del prevalere delle convenienze momentanee sulla lunga prospettiva e sull’interesse generale.
Si creano così situazione dove la coerenza viene automaticamente bandita e tutto ruota attorno all’antico proverbio: “Franza o Spagna, purché se magna”, che raccoglie in sé e secondo una chiave di lettura popolare ma non per questo meno vera, l’essenza di questa caratteristica degli italiani.
Forse l’evidenza più palese di tale mentalità egoista e meschina, la troviamo nell’analisi dei comportamenti singoli e collettivi maturati a seguito dell’emanazione delle “leggi razziali”, nel settembre del 1938, volute dal regime e preparate da una aggressiva e proditoria campagna propagandistica negli anni immediatamente precedenti.
Fino a quel momento il fascismo non è antisemita. Anzi. Proprio nell’ebraismo italiano, fin dai primi passi in piazza San Sepolcro a Milano, il fascismo trova adesioni e sostegni anche concreti. Mussolini irride l’antisemitismo hitleriano; incoraggia Chaim Weizmann nel lungo percorso di costruzione del “focolare nazionale ebraico in Palestina” e nomina addirittura un ministro delle finanze di fede e cultura ebraica, Guido Jung. Ma non solo. Gli ebrei Duilio Sinigaglia, Gino Bolaffi e Bruno Mondolfo sono squadristi della prima ora e cadono negli scontri di piazza, diventando “martiri fascisti”; l’ebreo Renzo Ravenna, intimo amico di Italo Balbo, è podestà fascista di Ferrara dal 1926 al 1938 e l’ebrea Margherita Sarfatti è addirittura quell’amante di Mussolini che introduce e presenta ai circoli culturali e finanziari più prestigiosi del regno, il futuro duce.
Poi, improvvisamente e anche per contrastare un naturale calo di popolarità del regime dopo la proclamazione dell’impero che rappresenta il momento più alto del consenso al fascismo, Mussolini inverte la rotta e si allinea all’ondata antisemita del nazismo tedesco. La stampa viene mobilitata, fin dal 1937, in uno sforzo imponente per individuare nell’ebreo il nuovo “nemico” degli italiani, anche con l’avvallo silente di gran parte delle gerarchie cattoliche, ormai schierate dopo il Concordato del 1929.
Il 18 settembre 1938 a Trieste, il duce, nel suo discorso alle “folle oceaniche”, annuncia che, per mantenere “il prestigio dell’impero”, serve “una chiara, severa coscienza razziale che stabilisca, non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime” e conclude affermando che: “l’ebraismo mondiale è stato durante sedici anni, malgrado la nostra politica, un nemico irreconciliabile del fascismo”.
E così, con poche frasi retoriche e ad effetto, gli italiani si scoprono “ariani”, senza sapere di cosa si tratta; avvertono il richiamo della superiorità latina e dell’eredità imperiale di Roma, anche se avvolte negli scenari di cartone e sentono ampliarsi i temi della “purezza della razza italica”, alla quale in realtà nessuno hai mai pensato, nella consapevolezza delle molte stratificazioni sociali ed etniche che hanno prodotto, nei secoli, la società italiana.
Tutto ciò prepara rapidamente la strada alla discriminazione antisemita che, proprio perché inattesa ed imprevista, provoca nell’ebraismo italiano ferite profonde e, per lungo tempo, inspiegabili e quindi insanabili. Il mondo ebraico che ha partecipato convintamente al processo risorgimentale ed unitario; che ha servito con onore la monarchia nelle trincee del Carso e sui monti del Trentino; che ha guardato con favore concreto al nuovo movimento fascista che promette ordine, sviluppo e prosperità, si trova all’improvviso tradito, abbandonato, emarginato e perseguitato. A nulla servono le proteste, le attestazioni di stima e nemmeno i gesti più eclatanti e tragici, come il suicidio dell’editore ebreo Angelo Formiggini che si getta dalla torre del duomo di Modena, ottenendo l’inqualificabile commento razzista di Achille Starace: “È morto proprio come un ebreo: si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola!”
Fra gli ebrei, molti dei quali costituiscono l’ossatura della nostra classe intellettuale del tempo, si trova anche il prof. Tullio Terni, illustre scienziato e anatomista di fama internazionale, la cui vicenda, per una pluralità di ragioni prevalentemente ignobili, è rimasta per decenni nell’ombra della memoria.
Mosso da un impulso morale, che traspare chiaramente dalle sue pagine, Pierluigi Battista, grande firma del giornalismo italiano, si è assunto l’impegno encomiabile di riportare alla luce la storia di quest’uomo di scienza, costretto a subire una incredibile serie di ostracismi che lo hanno sepolto sotto la polvere degli anni e che Battista ha rimosso, attraverso una scrittura coraggiosa, colta e penetrante. È uscito così nelle librerie, in questi giorni e per le Edizioni “La nave di Teseo”, il volumetto “IL PROFESSORE EBREO PERSEGUITATO DUE VOLTE”, curato dal giornalista con grande sensibilità.
Battista è un nome nel panorama giornalistico nazionale, che non ha bisogno di molte presentazioni. Dagli esordi nella redazione di “Mondoperario”, poi all’“Espresso” e successivamente alla “Stampa” di Torino, approda alla vice-direzione di “Panorama” e, infine, del “Corriere della Sera”, mentre realizza collaborazioni televisive con RAI Uno e con LA7 ed una vasta produzione libraria.
Proprio alla forma del racconto, l’autore affida il cammino umano ed intellettuale di Tullio Terni, emblema del più osceno antisemitismo; colpito dall’indifferenza e dal carrierismo e, infine, vittima della più spietata ipocrisia istituzionale e politica. In sé, il percorso drammatico di Terni non si discosta da quello della persecuzione fascista dell’ebraismo italiano ma, nel caso del cattedratico livornese esiste un “surplus” che lo rende amaramente unico. A conclusione del conflitto infatti e dopo essere riuscito a sopravvivere alla caccia nazifascista, Tullio Terni viene riammesso a quella Accademia dei Lincei dalla quale è stato espulso nel ‘38, a seguito delle “leggi razziali”, che in realtà sono solo razziste. Reintegrato quindi nel 1945, il 4 gennaio 1946 viene nuovamente epurato con l’accusa personale -e perciò ridicola – di aver aderito al fascismo e di aver sostenuto il regime, ovvero di aver fatto esattamente ciò che hanno fatto milioni di italiani per vent’anni. Nella mutazione velocissima da fascisti ad antifascisti, Terni diventa una vittima scomoda, mentre Gaetano Azzariti, tanto per citare un esempio clamoroso, giurista fascista, già presidente della “Commissione della razza” e di una Sezione del “Tribunale della razza”, diventa dapprima Ministro di Grazie e Giustizia nel primo governo Badoglio, per coronare questa “brillante” carriera con la Presidenza della Corte Costituzionale della Repubblica italiana.
Come spesso accade in questo strano Paese, due pesi e due misure, con l’aggravante però che il prof. Terni non ricopre mai ruoli di rilievo politico e istituzionale durante il regime e forse anche per questo, non gli è possibile tessere relazioni utili per il “dopo”.
Il peso della discriminazione brutale che grava su di uno spirito reso fragile dagli eventi, induce Tullio Terni a quel passo estremo, con il quale Pierluigi Battista apre la vicenda, togliendo, pagina dopo pagina, la figura di Terni dal voluto oblio della memoria e richiamando, al contempo, il lettore al dovere di confrontarsi con la storia, affrontando responsabilità e complicità; rivelando retroscena e repentine redenzioni e processando così un passato che, per servire al futuro, non può rimanere ancora soffocato dal deposito del tempo.Un libro insomma che aiutando a capire l’allora, consente di leggere l’oggi, mettendo a fuoco verità taciute e restituendo dignità agli sconosciuti ed alla quotidianità che, al pari dei grandi eventi, fanno la nostra storia di oggi e di domani.
©Renzo Fracalossi-iltrentinonuovo.it

