Due popoli, due Stati. È la formula auspicata da chi vorrebbe la fine della mattanza e della vendetta del Governo di Israele dopo la strage, firmata Hamas, del 7 ottobre di due anni fa. L’orrore del mondo per lo sterminio del popolo palestinese sta spegnendo a macchia d’olio la “simpatia” del mondo nei confronti del popolo ebraico sopravvissuto alla Shoah. È un’altra paranoia appiccata dalla follia dei terroristi di Hamas. Si sta facendo strada un diffuso antisemitismo da far ripiombare la storia del mondo nella notte della ragione. Su questo tema Renzo Fracalossi tenta di ragionare e di dare una chiave di lettura non scontata.
Purtroppo abitiamo anni e vicende che non concedono nulla al dubbio e al confronto, che si nutrono di verità preconfezionate miste a odio e che bandiscono la ragione dalla storia. Solo così si spiega il ritorno prepotente e diffuso del bieco pregiudizio antisemita. Il caso del “Toronto International Film Festival” di quest’anno, è, in proposito, davvero istruttivo.
In quella gara fra le pellicole più recenti, chiede di essere ammesso anche un docu-film che racconta la scelta di Noam il quale, avuta notizia della strage del 7 ottobre, si mette in viaggio per raggiungere il kibbutz di Nahal Oz, dove vive la sua famiglia, presa in ostaggio dai terroristi di Hamas.
Al di là della vicenda, costruita su immagini originali e non manipolate, il festival cinematografico canadese decide che i numerosi inserti, che costituiscono l’essenza del documentario e sono stati ricavati dalle “dash-cam” usate dai terroristi per documentare le loro “azioni”, non avendo l’approvazione per la proiezione in pubblico da parte dei loro “autori”, non possono essere ammessi al festival stesso.
In altre parole, non avendo il permesso di Hamas per la proiezione, questa non può essere fatta e così il documentario di Noam non viene accettato. Le immagini non sono quelle più violente degli stupri, delle uccisioni e del sangue, ma solo quelle di stanze vuote e devastate, di automobili bruciate e di una folle gioia degli assassini nell’esibire ostaggi vivi e morti. Insomma immagini che abbiamo visto nei telegiornali di quei giorni. Ovviamente la produzione del film è ricorsa alle vie legali e il documentario è stato ammesso dal giudice, vincendo addirittura il premio del pubblico.
La vicenda, in sé paradossale, racconta più di mille dissertazioni la penetrazione dell’antisemitismo fin nei più impensati gangli del quotidiano dell’occidente.
Un gruppo di spietati criminali che uccide e massacra, poi, con un disprezzo totale ed arrogante, documenta il suo agire omicida e lo diffonde nelle reti social. A fronte di tutto questo, la giuria di un festival cinematografico non trova niente di meglio che registrare “l’assenza del permesso di proiezione” di tali immagini da parte dei terroristi stessi, ovviamente preoccupati per la tutela dei diritti d’autore.
Va da sé che non si tratta solo di stupidità, bensì della rappresentazione di un maldestro tentativo di non offrire nessuna tribuna a narrazioni diverse da quella della maggioranza vociante e sfilante ad ogni ora. È il rifiuto al diritto di raccontare la propria verità, che non è meno preziosa di quella di quella veicolata dai mass-media mondiali. Questo è l’antisemitismo. Davanti a questi fatti, forse minimi ma appunto per questo indicatori di un allargarsi dell’odio, pur condannando, senza sconti, le politiche del governo israeliano e le dichiarazioni incredibili di qualche suo esponente oltranzista, non possiamo fingere di non vedere ciò che sta accadendo nel mondo e, ancora una volta, nei riguardi di una categoria di cittadini di questo pianeta e cioè gli ebrei.Come una piovra, l’antisemitismo si incunea negli interstizi del quotidiano e muta la percezione stessa della realtà, portandoci alle soglie di scelte che tutto sono fuorché civili. Quando la polvere, intrisa di dolore della guerra, finalmente si poserà, sarà ancora quest’odio insensato a dominare le opinioni, assicurando un nemico, per quanto impersonale, a coloro che prosperano sulla paura per imporre quella loro verità, che si chiama dittatura.
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