“Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra”? (“Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza”?) Scomodando Cicerone e la sua prima Catilinaria, riprendiamo il filo di una vicenda dei nostri giorni perché la memoria latita e la Corte dei Conti non è pervenuta. Eppure, con una sentenza passata in giudicato, il Consiglio Provinciale di Trento ha pagato 285 mila euro per il licenziamento di un dipendente, deciso nel 2019 dall’allora presidente del Consiglio stesso. Non lo poteva fare, non almeno con le motivazioni addotte.
Buttare la polvere sotto il tappeto è, come la pasta al pomodoro e la pizza, una tradizione tutta italiana. Una prassi. In politica e non solo. E così, sotto il tappeto sono finiti il fascismo e i suoi orrori; la mafia e le sue collusioni con il potere; le eversioni stragiste e le devianze di alcuni settori degli apparati dello Stato; gli scandali finanziari e gli omicidi “eccellenti” e perfino quel colmo di ridicolo che fu il “bunga bunga”, con il quale ci siamo esposti al dileggio universale. La verità muore soffocata da dimenticanze, rimozioni, “armadi della vergogna”, menzogne, depistaggi, narrazioni manipolate e smemoratezze d’occasione. Ustica, al pari di altre sciagure e drammi di quest’Italia eternamente in bilico fra farsa e tragedia, rimarrà, per sempre, un mistero irrisolto, nonostante gli sforzi della Magistratura e dei Parenti delle vittime?
In questo lungo elenco di “oscurità”, si colloca anche una piccola vicenda locale che, nella sua miseria, conferma un malcostume e abitudini anch’essi destinati a finire sotto il tappeto. Dopo il polverone paga Pantalone? Si tratta, se qualcuno ancora ricorda, del licenziamento di un collaboratore di quello che fu presidente del Consiglio provinciale. Per dare nome e cognome ai protagonisti: Walter Kaswalder licenziò su due piedi Walter Pruner, suo segretario particolare. Una storia pacchiana e strapaesana, che però è costata alle casse pubbliche l’esborso di una considerevole somma, della quale nessuno sembra chiamato a rispondere. I fatti sono noti ai più, ma, come dicevano i latini, “repetita juvant”.
L’accusa, piuttosto farlocca, di Kaswalder a Pruner è quella di aver partecipato ai lavori del PATT, in un giorno festivo e quindi fuori dall’orario di lavoro. Dov’è il reato, dov’è la colpa? Per inciso e per colmo di ridicolo, in quello stesso partito approderà, mesi dopo, lo stesso Walter Kaswalder, per essere rieletto consigliere provinciale sotto il simbolo oggetto della discordia con il proprio collaboratore. Basterebbe questo per meritare la ghigliottina della storia.
Invece siamo solo al principio di un percorso kafkiano. Infatti, il lavoratore licenziato impugna, con ragione, il provvedimento e, come era prevedibile data l’inconsistenza degli argomenti addotti per il provvedimento di fine rapporto, ottiene giustizia con una sentenza di primo grado a proprio favore.
La vicenda incresciosa potrebbe concludersi lì. Invece il presidente (pro tempore) del Consiglio provinciale ritiene opportuno ricorrere in appello, dove, com’è altrettanto prevedibile, viene nuovamente “bocciato”. Forse, a questo punto, una transazione extragiudiziale potrebbe anche starci, ma la cocciutaggine ha la meglio ancora una volta. Si va in Cassazione, tanto i costi sono a carico dei contribuenti.
La IV Sezione della Suprema Corte di Cassazione esamina il ricorso e si pronuncia, affermando che: “La natura ritorsiva del licenziamento ne comporta l’abusività e quindi, la nullità anche con riferimento ai contratti di lavoro a tempo determinato…”. A questo punto – e dopo tre condanne consecutive dell’operato del suo presidente – il Consiglio provinciale si trova costretto a pagare gli emolumenti di cinque anni al dipendente il cui licenziamento è nullo. E a pagare pure le spese processuali. Tutto bene? Mica tanto.
Il Consiglio provinciale infatti potrebbe (e dovrebbe) rivalersi del denaro speso su colui che ha causato il danno, ovvero sull’ormai ex presidente Kaswalder.
Per qualche misteriosa ragione tutto ciò non è ancora avvenuto, pur in presenza di reiterate sollecitazioni. L’autore del danno erariale non viene mai chiamato ad assumersi le proprie responsabilità, mentre la polvere viene lentamente nascosta sotto il tappeto dell’amnesia collettiva.
Nessuno richiede il rimborso. Nessuno richiama la responsabilità individuale. Nessuno insomma fa nulla e così gli errori dell’ostinazione di un singolo li paga tutta la comunità. Si tratta, lo ricordiamo per gli smemorati, di quasi 300 mila euro di “soldi pubblici”. Se a voi sembrano noccioline, parliamone.
Alla vicenda, nel frattempo, viene messa, appunto, la mordacchia. Non c’è più alcuna attenzione, anche da parte dei media (giornali, radio e TV), né un segno di minima indignazione. Tutto scivola sul crinale della dimenticanza. Il politico torna a fare il politico. Viene rieletto e ciò la dice lunga anche sull’elettorato “passivo”. Incassa gli aumenti delle prebende senza battere ciglio, incurante probabilmente di aver causato un disastro anche sul piano dell’immagine. Su questa storiella di periferia cala il sipario e Pantalone continua a pagare di tasca propria i danni altrui.
Piccole vicende che il manzoniano Conte Zio aveva già risolto: “Veda, vostra Paternità, son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo… si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagatella e vanno avanti, vanno avanti… A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengono fuori cent’altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire.” (A. Manzoni – “I promessi sposi” – cap. XIX). Nel frattempo, la polvere sotto il tappeto straborda.

